martedì 12 gennaio 2010

A piccoli passi


Ghiaccio ricoperto da neve nuova. Pericoloso camminare la mattina presto quando ancora non sono stati sparsi il sale e il pietrisco che favoriscono la presa. 

Davanti a me una signora anziana si dirige verso la chiesa. Io la sorpasso e … scivolo a terra.
Lei, quando mi raggiunge, dice: “Non sei di questi posti, vero? Sul ghiaccio bisogna avanzare a piccoli passi. A piccoli passi. Se vai veloce non arriverai mai”.

Alzatomi dalla neve proseguo il mio cammino al ritmo della nonnina. Mentre saliamo i gradini antistanti la chiesa, la vecchietta mi dice: “La natura insegna come vivere. Quanta gente corre e non arriva mai!”. Le dico che per me, che sono siciliano, la neve ha sempre qualcosa di magico. E lei, prima di entrare in chiesa: “Ogni magia ha anche la sua maledizione. Stai attento, figlio mio!”

Foto di Attila Adam

lunedì 4 gennaio 2010

40 anni di stupore

-->
-->

Dopo 40 anni, ripensando alla mia decisione di rispondere alla chiamata di Dio, si è ripresentata alla memoria una scena che col tempo non ha perso i margini ma ha rafforzato la sua carica emotiva.
Da Loppiano, lontana circa 20 Km, andavamo tutti i giorni a Firenze per vendere libri, casa per casa. Erano gli anni del boom economico. I condomini erano letteralmente presi d’assalto da persone, in genere uomini in cravatta, eleganti, ventiquattrore di similpelle, con depliant coloratissimi, che offrivano lucidatrici di pavimenti, pentole, detersivi miracolosi, enciclopedie di tutte le misure e di tutti i colori, corsi di inglese per persone anziane… insomma anch’io ero un venditore. Avevo uno zaino carico di libri e di desiderio di svuotarlo. Pesava. Io che fino a qualche mese prima avevo studiato greco e latino ero tra quelli che non sanno fare niente e ai quali venivano affidati i lavori più impensati. Per settimane avevo selezionato per delle ditte di Prato ritagli di stoffa, secondo il colore e il materiale, poi dall’Olanda le balle di “stracci”, come li chiamavamo, non erano arrivate così noi, che venivamo da vari continenti, eravamo stati costretti a fare altro per mantenerci nella nascente utopistica cittadella del Movimento dei Focolari, sorta qualche anno prima sui colli toscani e che cominciava a essere conosciuta. A Firenze andavamo con un pulmino, un secco pranzo a sacco e lo stradario di una città che pensavamo aspettasse impaziente i libri di Città Nuova! Giravamo nelle periferie della raffinata città perché i portinai dei palazzi del centro ci cacciavano via.
La pallida stanchezza con la quale di sera tornavamo a casa fece capire che durante i vari giri almeno una minestra calda sarebbe stata necessaria. 
In una trattoria, una fredda giornata di febbraio, attendo la minestra. La trattoria è piena di anziani soli, gente assonnata di stanchezza o di vino, assiderata di solitudine. Entra una coppia di innamorati. Il loro modo di muoversi attira la mia attenzione. Delicati, paurosi, fragili. Non è gente che va tutti i giorni in trattoria. Occhiaie e debolezza. Sazi d’amore ma non di pane. Vedo in loro la metafora della mia vita. Per amore non ho casa, per amore sono povero e non so cosa sarà di me domani. Per amore. Quale amore?
Ho lasciato la mia città, la mia casa, i miei progetti. A un certo punto qualcuno, con la rapidità di un fulmine, invade il mio campo, azzera i miei calcoli e mi propone di ricominciare. E stavolta il progetto non è nelle mie mani, quindi una vita in dialogo con … l’infinito. Io stesso non so cosa mi stia succedendo. L’unico pallido paragone è l’innamoramento. Di colpo tutto si colora di una dimensione fino a quel momento occulta. In una stanza buia si apre improvvisamente una finestra. Vedi cose che prima non vedevi. Con una potenza misteriosa che disarma la ragione vieni chiamato a uscire dalla tua terra, come Abramo, e andare verso una terra che ti sarà indicata. Una terra ancora ignota. Stai seguendo un altro, le orme di un altro. Non avrei mai immaginato che la mia vita prendesse una tale direzione. Per quanto credente, mai avevo pensato a una decisone che mi tagliasse fuori da quel giro di avvenimenti prevedibili e sereni, dalle amicizie, dai parenti, dalle feste e soprattutto dalla mia città dove mi vedevo sistemato e felice. Guardo gli innamorati. La radio dalla cucina fa arrivare, col fumo pesante del fritto, una canzone cantata da Gino Paoli “Gli innamorati sono sempre soli”.
Non sembra che mi abbiano fatto un lavaggio di cervello, come continua a scrivermi un’amica. Fuga? Da chi, da che cosa?
Che io non abbia un carattere forte è vero, ma la spinta che mi ha fatto fare la follia di lasciare i miei progetti, per mettermi in ascolto di un altro, non ha niente a che fare con la personalità. È un misterioso amore. Un amore che mi rende solo. Un amore necessario per rivolgermi agli altri, a tutti. Non tornerei mai indietro. Quello che ho trovato supera il valore di tutto il percorso fatto fin’allora.
Gli amanti si coccolano. Negli occhi di lei un velo di tristezza. Penserà alla sua famiglia? Soffriranno per colpa sua, non accettano il suo amico? Sarà fuggita da casa?
E mi chiedo perché la scelta che ho fatto è causa di dolore per altri. Ho scelto di essere scelto da Dio.
Guardo quegli innamorati pallidi, felici e poveri. Unico bene il loro amore. Come me, anch’essi mangiano soltanto una minestra calda. Non di più.
Lui guarda i posacenere sui tavoli di unta formica celeste. Forse cerca qualche cicca da fumare. Lei guarda un anziano grasso che divora una cotoletta.
Seguo i lineamenti delicati di lei. Raggiungo la faccia rotonda dell’anziano. Anche lui è come me, come lei, come gli innamorati. È solo.
Svuotato il piatto di minestra mi preparo a uscire dalla trattoria. Cappotto, zaino.
Un’occhiata ai giovani. Non so come, mi è spontaneo salutarli. Mi rispondono con dolcezza.
Uscito per la strada anonima, dominata da un traffico senz’anima, quella coppia innamorata mi sembra mi abbia donato un fiore delicato, senza protezione. Vorrei regalare loro qualcosa. Ma cosa? Il loro amore li rende inavvicinabili. La loro povertà li fa ricchi, potenti.
Mi distraggono due stranieri che chiedono qualche indicazione. Cominciamo a parlare e facciamo un pezzo di strada insieme. Jacques, che studia arte drammatica a Parigi, fa uno stage in Italia e non poteva mancare la visita a Firenze. Marianne studia scenografia a Roma. Racconto perché sono a Firenze ed è ineludibile usare la metafora degli innamorati appena incontrati.
Parlare di Dio che mi ama, in mezzo al traffico violento, alla gente spenta, alle vecchiette sospettose, è ancora più stridente. Jacques mi dice che non sente il bisogno di avere una fede anche se ha una sua religiosità intima dove trova rifugio.
Salutandomi, Marianne dice: “Tu, hai scelto liberamente il tuo stesso destino. Hai negli occhi una certezza che non lascia indifferenti. Questo incontro sembra la mossa di un regista nascosto”.
Mentre li vedo allontanare finisco di cantare la canzone di Paoli degli innamorati che sono “gli unici padroni del mondo”.

 Dettagli vetrata "profeta Amos" di Marek Trizuljak

sabato 26 dicembre 2009

Ogni attimo un capolavoro


Comincia un nuovo anno: il 2010!
Questo appuntamento si ripete ogni volta che si esauriscono le quattro stagioni: quanti ricordi, quanti rimpianti! Si spera sempre in un tempo migliore di quello trascorso.
Tra i regali che ho ricevuto per le feste, c’è una clessidra a sabbia, è fatta da due coppe, due calici di vetro saldati alla loro base e comunicanti attraverso un foro attraverso cui, dall’una all’altra parte, passano tanti granelli di cristalli bianchi e il loro scorrere misura il tempo.
L’ho messo sulla scrivania e ho cominciato ad osservare come i cristalli, uno dopo l’altro, passavano dalla coppa superiore a quella inferiore. Se uno di questi è un istante della mia esistenza come vorrei che ognuno di essi sia un’opera compiuta.
Madre Teresa di Calcutta diceva: “Il bene che oggi fai, domani sarà dimenticato. Non importa fa’ il bene”. 
Sì, perché soltanto il bene costruisce. Soltanto il bene rimane. Il bene è invisibile, non ristagna da nessuna parte è come il calore di un filo d’erba secco che bruciando restituisce al sole il calore che l’ha fatto nascere, crescere e morire. Quanti, goccia dopo goccia, riescono a trasformare la loro sofferenza in offerta! E chi lo sa? La grande opera che viene affidata ad ognuno in modo diverso è di far di ogni gesto un segno d’amore. Amore verso tutti, attimo dopo attimo, persona dopo persona, granello dopo granello, dolore dopo dolore, gioia dopo gioia.
Questo il senso della clessidra e del biglietto augurale che lo accompagna: “Lascia segnare il tuo tempo dall’amore e ogni attimo della tua vita sarà un capolavoro”. 

Foto mia

Gennaio 2010


“Dio abiterà con loro; essi saranno il suo popolo” (Ap 21,3) 

Dopo molte ore di attesa della partenza per la Sicilia è annunciato che tutti i voli da Bratislava sono stati cancellati: la compagnia aerea è fallita. I cambi di programma mi rendono più attento. La sera mi telefona un amico in vacanza in Ungheria e mi propone di tornare con lui in Italia in macchina così possiamo darci il cambio nella guida. Prendo il treno per Budapest. Mi trovo accanto ad un musicista ungherese. Lui stupito di sentirmi parlare ungherese tira la conclusione che certamente giro questi paesi per avventure d’amore. Gli rispondo: “Sì, sono qui per una grandissima avventura d’amore: Dio!”. Lo vedo scombussolato, divertito, curioso. Dopo aver superato lo sconcerto, mi chiede: “Ma come fai a essere certo di Dio?” Gli rispondo che leggo gli avvenimenti. E gli racconto l’accaduto. Il mio viaggio sembra sia cambiato, in realtà le circostanze mi rimettono in un altro programma certamente migliore. Lo stare al gioco mi permette di fare continua esperienza di Dio vicino. Il musicista allora: “Possibile che Dio sia così vicino da entrare nella nostra quotidianità? Se è così, la compagnia aerea è fallita perché potessimo incontrarci. Si vede che sei una persona felice”. Quando fu ora di scendere lo vidi commosso.

giovedì 24 dicembre 2009

Il paradosso del Natale

-->
Nel primo pomeriggio esco per una passeggiata. La neve è sempre una piacevole novità e il bosco mi sembra ancor più incantato. Seguo il sentiero tracciato dalle orme di qualcuno e mi stupisce lo splendore del bianco tagliato con forza dalle trame minacciose degli alberi, artigli ossuti aggrappati ad un cielo senza qualità. Mi sento stanco, schiacciato da situazioni che assommate ad altre hanno creato una coperta spessa che mi impedisce di capire il senso di ciò che mi sta accadendo. Parlo tra me e me. Interrogo la voce che dentro sempre mi ha accompagnato. Sembra sepolta, cancellata. Cerco, con presuntuosa compiacenza, qualche soluzione immediata, qualche preciso sentiero di uscita. Silenzio. Tutto è ovattato, senza voce. Poi la neve, nella sua innocenza, mi distrae. Da bambino, in Sicilia, non sapevo cosa fosse la neve e quando mio padre preparava il presepe, la pastorale, sulle casette fatte da cartoncino spalmato di colla di farina e coperto da sughero grattato, mettevamo grossi fiocchi di cotone, sparsi qua e là. Ora di neve ne godo tanta e non vedo gli aspetti disagevoli che comporta. Sono nel cuore del bosco e mi accorgo che sto parlando a voce alta. Mi soffoca il ricordo delle cose fatte male, l’evidenza dei miei difetti, gli errori ricorrenti, i vuoti mai riempiti. Questa insopportabile imperfezione denuncia la mia friabilità. E la voce che mi consolava ora è annegata nel silenzio che stagna dentro di me. La neve scricchiola sotto i miei passi. Una volta ho letto che dal rumore della neve si può capire quanti gradi sotto zero siamo. Mi fermo per guardare in alto fin dove si protendono gli artigli degli alberi. Anch’io sto implorando. Il mio dolore riuscirà a sorpassare quei rami? La mia preghiera si svincolerà dallo spessore vischioso del silenzio? Nessuna risposta. Girando lo sguardo attorno, resto attonito per la suggestiva scena che mi abbraccia. Come mai non ho notato questo scenario? Non vedo più tronchi neri ma volumi che appena emergono dal bianco. Da questo lato gli alberi non sono più neri, sono stati assaliti dalla neve. La neve sui rami appesantiti ha creato un ricamo che scende fino a me. Passo sotto, quasi a piegarmi fino a terra, sotto un arco di trionfo intarsiato da un artista senza pari. Mi vengo a trovare al posto dove la superba altezza degli alberi mi dà sempre l’idea di un tempio costruito dai ciclopi. Il candore ha messo guanti gentili anche ai loro rudi e severi capitelli. Quante sfide, quanti venti, quante bufere, quante arsure! Ma ora è festa. Mi torna in mente una frase di Benedetto XVI ad una Messa di Natale: “È il Creatore dell’universo ridotto all’impotenza di un neonato. Accettare questo paradosso, il paradosso del Natale è scoprire la verità che rende liberi, l’Amore che trasforma l’esistenza. Nella notte di Betlemme, il Redentore si fa uno di noi, per esserci compagno sulle strade insidiose della storia”. Il paradosso del Natale! Il Creatore ridotto all’impotenza. Al silenzio. Devo attendere che cresca perché mi dia le risposte di cui ho urgenza? O sono io che devo raggiungerlo nella sua piccolezza, nella sua debolezza? La scena che mi accompagna ai due lati è decisamente solenne, festosa; navate di una cattedrale innalzata per me. Il silenzio mi permette di udire una melodia antica: è il coro che accompagna sempre i paradossi dell’Amore ed ha bisogno di molto silenzio. Di ascolto. L’effimero e provvisorio sentiero segnato dai miei passi mi sta conducendo verso Natale.

Arcabas: Natale


martedì 22 dicembre 2009

si parla tanto di te...


Si parla tanto di te...
Io voglio parlare a te
per dirti:
grazie regista!
invisibile e vicino
abile e paziente
dolce ma esigente
tenero e audace
unico possibile amore.

Foto di Marek Trizuljak

sabato 19 dicembre 2009

Conosco un drammaturgo


-->
"Natale come viaggio nella tenebra della notte verso la Luce" vetro di Marek Trizuljak
Conosco un drammaturgo, professore in un ateneo. Mi aveva confidato di avere una figlia, l’unica avuta, portatrice di un handicap e che quella disgrazia aveva distrutto anche il suo matrimonio. Nell’insegnamento e nella rappresentazione dei suoi drammi trovava il senso della sua vita. Una volta, parlando del consumismo gli avevo espresso che il danno più grave era che non tenesse conto della realtà dell’uomo tutto intero, della sua innata qualità di trascendenza. Si meravigliò, era ateo. Secondo lui la ragione è sufficiente a se stessa e questo è l’unico vero talento dell’uomo. Era convinto che la secolarizzazione sia la più grande conquista e che le masse dei credenti sono il freno per il progresso umano. Come un automa mi definì la religione alienazione e oppio dei popoli.

Recentemente, dopo anni di silenzio, il professore mi ha scritto: “Ricordi le discussioni? Non è che io avessi da ridire sulla tua fede ma ero convinto che con gli anni ti saresti reso conto in quale trappola eri caduto o comunque da quale trappola dovevi cercare di uscire. Eppure quando mi dicesti “professore, lei non avrà pace finché il mistero non sarà per lei una necessità” qualcosa si è incrinato dentro di me! Non ci siamo più visti, mi sembra, da quella volta. Quelle parole, inesorabili come un colpo di fucile sono rimaste lì, sospese nell’aria, una spada di Damocle sempre sulla mia testa.

Il mistero, l’ignoto, erano per me spazi da conquistare. Una volta conquistati i territori sconosciuti, la mia dignità mi imponeva di scandagliare altri enigmi, scioglierli, decodificarli. Questo era per me lo scopo della vita. Il mistero, oscuro e sospetto, era l’unico vero nemico dell’umanità, il nemico da smascherare e abbattere.

L’anno scorso mia moglie è stata ricoverata in una clinica con un male incurabile e mia figlia Caterina è rimasta per mesi da sola nell’istituto dove è ospitata. Le infermiere mi hanno fatto sapere che non stava bene. L’ho raggiunta. Era caduta in depressione. Non aveva voglia di vivere. Appena mi ha visto ha chiesto come stava la mamma. Non sapevo cosa dirle. Avevo nella borsa due mie opere con la dedica per lei. Che peso quei due libri! Com’era insopportabile la vergogna di girare soltanto attorno a me stesso!

In quella stanza tutto era capovolto. In quello spazio anonimo, pur se pieno di tutto ciò che è necessario per una vita dignitosa, mi sentii sperduto, inutile, fuori posto. Mia figlia non mi guardava in faccia. Io guardavo con lei e vedevo fuori dalla finestra le fronde senza foglie dei pioppi. La finestra aveva delle grate. Come un carcere. Lei era sempre lì. Io potevo viaggiare. Lei aveva bisogno di poco. A me, il molto non bastava. Eppure avevamo lo stesso sangue. In quale mani stava la regia di questo gioco? Perché a Caterina era toccato un posto con le grate e a me viaggi, serate in smoking, applausi, spazio e spazio. Lei mi chiese ancora come stava la mamma. È tutto quello che ha. Il suo tutto è una persona. Ora le mancava. Qual era il mio tutto?

Ero già nel viale antistante l’istituto. Mi girai a guardare la finestra con la grata. Non so perché, ma ebbi l’impressione di non capire più niente. La mia libertà di andare dove volevo era vincolata alle cose da fare, ai progetti da realizzare. Caterina non ha progetti. Caterina ha soltanto un affetto.
Quella strada fino al taxi non so se è stata lunga o corta. Il mio passo si era fatto di piombo. L’aria era soffocante. Snervante.
Chiesi al tassista di portarmi nella clinica dov’era ricoverata mia moglie. Da anni non mi aspettava più. “Come sta Caterina?” mi chiese sorpresa. Quando mi vide piangere ebbe paura che le annunciassi chissà cosa. Mi trovai solo. Escluso da un mondo di affetti. Quei legami mi parvero compatti. Inesorabilmente crudeli e avversi. Ero solo davanti ad una vita che era andata avanti senza di me. Nessuno aveva bisogno di me. E io non ero capace di dare niente. Nel totale smarrimento mi vennero in mente le tue parole. Sì, se non fosse illogico ti direi che in quel momento mi sarei messo a pregare. Ero come un imputato, un condannato. Non c’era più l’arroganza che in altri momenti mi aveva fatto imprecare. Ero più povero di mia moglie condannata a morte, preoccupata soltanto del futuro della figlia. Ero meno libero di una creatura seduta in carrozzella che guarda il cielo, che vive dei suoi colori e delle sue stagioni e non sa altro.

Disarmato e vinto, non fui capace di ripartire. Cominciai a portare a Caterina le notizie della mamma e alla madre le notizie della figlia. Il mistero, l’inafferrabile era entrato nella mia esistenza. Avevi ragione tu. Ora mi sembra che l’unica cosa veramente necessaria per vivere sia qualcosa di estremamente semplice. Ti ringrazio!”.


mercoledì 16 dicembre 2009

Carissimi Ilaria, Cristian, Alessandro e Andrea,
in attesa di incontrarci, vi mando una favola.
Mi farete contento se mi manderete un disegno.
Un abbraccio da Tanino


-->
Zio Teodoro abitava in una casetta costruita all’imbocco di una grotta profonda e misteriosa davanti al mare. La casa era splendente perché ricoperta da conchiglie di madreperla che si accendevano al sole del mattino e alla luna della notte.
Zio Teodoro, seduto sulla sedia a sdraio, parlava al mare e il mare a lui. Si scambiavano segreti. Quella mattina, mentre ascoltava il mare, sentì il pianto di un gattino. Proveniva dall’interno della casetta, dallo sgabuzzino. Non sapeva come e quando vi si fosse intrufolato. Come trovarlo in quel bugigattolo? Guarda, dove si è cacciato questo birbante!
Il micio si era andato a nascondere in un angolino dietro ad una piccola cassaforte di legno. Il gattino era nero, tremava per la paura ma si lasciò prendere senza resistenza. Spalancò i suoi occhi verdi per vedere in faccia il suo salvatore e al calore di quelle mani grandi e salate finì di piangere chiudendo furbamente gli occhietti come se volesse addormentarsi. Allora zio Teodoro, che tutti chiamavano zio Teo, cercò in giro una scatola dove metterlo a dormire e quel bauletto gli sembrò della misura giusta, ma era chiuso e non sapeva cosa ci fosse dentro. Con la mano rimasta libera, mentre nell’altra teneva il gattino, cercò di aprire il lucchetto. Niente da fare! La salsedine aveva arrugginito anche la serratura. Il gattino era ormai tranquillo, allora zio Teo mise il micio in una tasca della sua giacca gialla e portò la cassa sul terrazzo che stava davanti alla casetta. «Come ti chiami?» chiese Teo. Il micio, assonnato, lo guardò a lungo poi miagolò. Era questo il suo modo di parlare, e disse che si chiamava Ciccino.
In cucina trovarono un pezzetto di pesce arrostito rimasto dal giorno precedente e zio Teo lo mise in una scodellina di ceramica colorata, ricordo di un viaggio in Sicilia. Ciccino, non perse tempo a mangiare tutto.
Zio Teo guardò ancora intorno per vedere dove mettere a riposare il nuovo arrivato. In cucina, al lato del camino, c’era una cesta vuota. Ecco quello che cercava! Vi sistemò un vecchio maglione rosso e Ciccino senza salutarlo vi si sdraiò e cominciò a dormire.
Era stato il micio a fargli ritrovare la cassaforte. E come aprirla? Poi si rese conto che la ruggine aveva talmente consumato la serratura che bastò una piccola botta per far aprire il coperchio di botto.
La cassa era così piena che, appena aperta, alcuni foglietti di carta ingiallita, dispiegarono le ali e presero il volo come farfalle. Nella cassa c’erano i sogni di zio Teo, i ricordi, le favole. C’erano poesie e racconti. Zio Teo si rese conto di aver già dimenticato il suo passato. Guardò pensieroso lontano e il mare gli spiegò che ogni pezzo di vita rimane, da qualche parte e che, alla fine, ritorna come l’onda del mare.
Carta dopo carta, zio Teo voleva arrivare fino al fondo e più aumentava il mucchio fuori dalla cassa, più cresceva la sua commozione. Poi, dal fondo della cassa, qualcosa sembrò muoversi, luccicare. Cosa c’era? Chi poteva esserci in quella cassa chiusa da anni?
Tirate fuori le ultime carte sembrò che in fondo alla cassa ci fosse una luce accesa. Possibile? No! Era uno specchio che rifletteva il sole e il volto incuriosito di Teodoro che appena vide se stesso, con i lunghi capelli bianchi al vento, fece un urlo di gioia e meraviglia! In quel momento sentì miagolare Ciccino.

Corse da lui e lo trovò che si stiracchiava dopo una bella dormita. Zio Teo lo prese e lo portò sul terrazzo. Mentre lo zio leggeva le vecchie pagine, Ciccino si allontanò. Dopo qualche ora, zio Teo cominciò a preoccuparsi. Era già alla ricerca di Ciccino, quando sentì molti passi verso la sua casa. Era Ciccino, seguito da tanti bambini.
«Cos’hai in mente?» chiese serio zio Teo.
Ciccino fece capire che desiderava che lui raccontasse ai bambini le favole. Zio Teo si sedette in mezzo ai bambini seduti in cerchio, pronti per ascoltare. Chi aveva organizzato tutto?
Eh, sì, era proprio iniziata una stagione incantata e zio Teo non poteva neanche meravigliarsi. Strizzando l’occhio a Ciccino cominciò a leggere.
Hanno così inizio le “Storie incantate di zio Teodoro”.

Illustrazioni di Magdalena Kuchtova

sabato 12 dicembre 2009

Chi è nel blog?


Carissime e carissimi amici,
alcuni mi hanno chiesto come si articola il blog.
Raccolgo le pubblicazioni secondo alcune etichette o titoli:
1. 40 anni di stupore: momenti importanti del mio cammino, dove Dio, regista invisibile, si è fatto sentire chiaramente.
2. Dedicato a Chiara: momenti con Chiara Lubich.
3. Frammenti di tempo amato: incidenti colorati durante il percorso della vita.
4. In diretta: domande dei lettori che possono interessare ad altri (chiedo sempre il permesso di pubblicazione).
5. Le storie incantate di zio Teodoro: favole.
6. Parole vive: quando ho messo in pratica il Vangelo
7. Persone: persone incontrate che vorrei far conoscere anche a voi.
8. Quale amore giurare?: fatti di vita che, come tali, hanno un messaggio.
9. Sul bordo della luna: riflessioni in forma poetica.
Inoltre vedete
  1. Link utili: che consiglio di conoscere.
  2. Altre notizie su di me: per chi volesse conoscermi oltre alle esperienze, alle favole, alle risposte che pubblico.
Quando Città Nuova mi ha offerto la possibilità di un blog, ho chiesto cosa avrei dovuto metterci. La risposta di Giulio fu: “La tua cifra sono le esperienze”. Siccome vivo all’estero e non uso l’ultima lingua italiana, la parola cifra, pur comprendendone il significato, mi è sembrata una di quelle parole difficili che è meglio non contestare per non fare cattiva figura.
Mi sono andato a cercare la parola cifra ed ho trovato i seguenti significati: segno, nota, monogramma, carattere, numero, somma, ammontare, sigla, abbreviazione, codice, formula, scrittura segreta, crittografia, chiave…
L’orizzonte perse improvvisamente la sua linea e dal cielo le nuvole scapparono per paura che chiedessi a loro la spiegazione. Non mi restava che inserire nel rettangolo indicatomi delle parole e attendere.
Ecco sbocciare improvvisamente voci conosciute e sconosciute: e-mail, telefonate, lettori sostenitori, quelli anonimi... irraggiungibili e vicini, oppure quelli che mi rispondevano raccontandomi la loro storia.
Allora sì che divenne chiaro tutto. All’orizzonte tornò a posarsi delicatamente la linea che dice dove comincia il cielo e fin dove si spinge il mare (questa è pura metafora perché in Slovacchia il mare posso solo immaginarlo) e le nuvole si sono affrettate nella loro posizione, sicure che le avrei lasciate in pace a recitare la parte dell’autunno, una scena che si ripete perfettamente rendendo tutto dello stesso colore grigio.
Ecco svelato il codice segreto. Siete voi la mia cifra! E ci voleva Città Nuova per farmi incontrare con voi e permettermi questa “esperienza”!
Siamo nel preludio del Natale. Vorrei donare a ciascuno di voi un regalo unico, una parola che non sia stata mai usata, che sia vera, unica, calda. Eccola, l’ho trovata! GRAZIE!
Tanino Minuta

Foto di T. Minuta

venerdì 11 dicembre 2009

In principio c'era colui che è la Parola



Foto di Attila Adam

Una gelida alba mi alzo per accompagnare qualcuno all’aeroporto. Avverto segni di mal di gola. Una spremuta d’arancia è quello che ho bisogno. Mentre la preparo mi viene in mente un’invocazione di Madre Teresa di Calcutta: “Signore, quando ho fame, dammi qualcuno che ha bisogno di cibo; quando ho sete, mandami qualcuno che ha bisogno di una bevanda…”.
È spontaneo quindi, alla colazione preparata per l'ospite, aggiungere la spremuta. Non c'è tempo per farne un’altra.
Mentre ci avviamo all’aeroporto mi rendo conto di essere felice e libero. E soprattutto sveglio. Eppure non ho preso neanche il caffè. Cosa mi ha svegliato?
Un succo d’arancia donato non è proporzionato alla gioia che ora mi scalda e mi libera. Un gesto di carità non è paragonabile alla comunione che stabilisco con il mio prossimo. Certo i santi, definiti da Chiara Lubich come Vangelo dispiegato nel tempo, sanno come aiutarmi a mettere in moto la mente, come aprire il mio cuore. Sì, perché è il Vangelo che dà alla mia quotidianità una dimensione compiuta.
Si avvicina l’inizio di un nuovo anno. Come sarebbe bello voltare pagina e vedere un mondo di pace, d’armonia! Come posso contribuire io? L’unico bene che posseggo è quello che io posso fare, ho un tesoro da disseppellire ogni volta e condividerlo con chi mi è vicino ora, ora, ora. Ciò mi aiuta a vedere. Come madre Teresa ha fatto con me.
Nella tempesta di informazioni che uccidono la speranza, le parole del Vangelo, accese da chi le mette in pratica, sono i catarifrangenti che impediscono che io esca di strada e mi indicano come avanzare verso la meta. Soprattutto mi aiutano a rimanere sveglio.