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venerdì 10 aprile 2026

CHIARA M. e la sua riflessione sulla Pasqua



Carissimi tutti, mi rendo conto che non è facile trovare parole da dire stavolta e, forse, sarebbe meglio restare in silenzio.

C'è un’assordante cacofonia di suoni che impedisce di pensare. 

Guardo le immagini che senza sosta si susseguono e ci tengono 'aggiornati' sulla guerra 

 

Che colore ha la guerra?

Grigio.

 

Il grigio delle macerie disseminate, ovunque si posi lo sguardo. Polvere grigia caduta su attimi di quotidianità: un libro, una bambola rotta, un pezzo di cielo azzurro con una nuvola bianca- forse un brandello di poster- che sbuca da una crepa di terra arida. 

Foto sparse di persone, uomini, donne, bambini

strappati troppo presto alla vita

E poi

scheletri di palazzi sventrati, cumuli di macerie, mattoni accatastati…

Non possiamo più 'non' vedere!

 

Cerco nel 'mio' silenzio una risposta.

La vita non fa sconti a nessuno e prima o poi, le prove arrivano. In modi diversi, anche improvvisamente, da lasciare storditi, impotenti

sopraffatti.

 

Ultimamente mi è capitato questo. 

Come succede spesso a tanti, te ne arriva una dopo l'altra, senza tregua e ti chiedi quando finirà.

Non ne vedi la fine. Non sai come farai ad uscire fuori.

 

Mi sono chiesta:

Se dovessi racchiudere tutto questo in un'immagine, come potrebbe essere?

Mentre riflettevo, ho visualizzato l'immagine che vedete.

Una corona di spine. 

Ma non la 'solita' corona di spine.

Un lato è più in ombra e poi si inclina un po', in alto, verso il lato opposto.

Li è aperta, per fare uscire una leggera luce che parte dal centro della corona per poi diventare sempre più vivida, più luminosa.    

 

Una corona di spine che non è chiusa su sé stessa.

 

Dal buio delle prove (le spine) si può uscire e 'risorgere'.

 

Con fatica, dolore, lacrime, ma è possibile.

Lui risorge ancora e ci dà la possibilità di fare altrettanto.

 

Ma ci lascia liberi. 

Dipende da noi fargli spazio

 

Buona Risurrezione a tutti, a ciascuno, uno per uno.

Con tutto il mio cuore

 

Chiara M.

sabato 19 aprile 2025

Chiara M. con il suo dono di Pasqua

 

Carissimi

 

ho solo la forza di dirvi

 

NON MOLLATE

 

Anche se tutto intorno urla

 

 Anche se tutto intorno cade a pezzi

 

Anche se tutto intorno è disperazione

 

Anche se c'è un tritacarne impazzito che inghiotte senza sosta tutto quello che trova sulla sua strada

 

Anche se ci sentiamo piccole formiche impazzite senza una guida

 

Anche se la terra e intrisa di sangue innocente 

 

Anche se sembra che il buio inghiotta tutto.  

 

NON MOLLATE

 

Ve lo dico per esperienza 

 

Davanti a questo scenario apocalittico, a questa vastità del MALE

torniamo al nostro ' piccolo'

Guardiamoci attorno 

 

La domanda frequente è questa:

Cosa posso fare io?

 

Non possiamo cambiare il mondo da soli. L'angoscia ci assale

Torniamo indietro alle piccole cose

Riprendiamoci la vita

 

Cominciamo a salutare, guardando negli occhi l'altro 

 

Prendiamoci il lusso di mangiare senza tenere gli occhi sul cellulare o sulla TV

Parliamo… e reimpariamo ad ascoltare con interesse quello che l'altro sta dicendo senza pensare già subito a cosa rispondere

C'è sempre qualcosa che potrà stupirci

 

Cerchiamo di sorridere anche lo troviamo assurdo, perché... non c'è niente da sorridere, scherziamo?

 

 Dobbiamo ricordarci però che a qualcuno può fare un grande bene, soprattutto se

rivolto agli ultimi, gli scartati, gli invisibili...

 

Incontrare qualcuno la mattina che sorride proprio a te, che inconsapevolmente ti fa una gentilezza, una mano sulla spalla, un gesto piccolissimo che porta via poco tempo, fatto col cuore, un piccolo contatto umano che da calore, e può fare a cambiare l'intera giornata, non solo a chi lo riceve ma anche a chi lo fa

 

Ti fa dire: dai forza, almeno per oggi, in questo presente, mi sono sentito riconosciuto come persona. Esisto!

 

Nonostante lo strazio della Terra, guardiamo quello che ancora rimane 

La bellezza di un cielo azzurro, di un sole che illumina di un uccellino che riesce ancora a cantare

 

Una piccola piantina che vedi crescere in un vaso in casa o su un poggiolo.

 

Non sempre è possibile trovarsi in un bosco, in cima ad una montagna altissima, poter aprire le braccia e sentirsi liberi

 

Ma cogliamo ugualmente la forza della vita che non si ferma mai 

Anche in un una foglia caduta, in un filo d'erba delicato che spunta dall'asfalto, in un fiore che arrampica sulle crepe di una casa

Ognuno di noi vive situazioni diverse, in luoghi diversi, con persone diverse 

Ognuno può trovare scoprire ma soprattutto cercare, la propria dimensione.

Ci sono piccoli punti luce anche vicino a noi, che stanno avanzando, in questo buio che sovrasta.

Cerchiamoli, troviamoli, uniamoli 

 

La Luce mangerà il Buio

 

Riprendiamoci la Luce dentro e fuori di noi

 

La vittoria finale sarà il BENE

 

Non sarà subito e purtroppo altri pagheranno ancora un prezzo altissimo

Ma noi NON smettiamo di

CREDERCI

 

RIPRENDIAMOCI LA VITA!

 

Vi abbraccio con tutto il mio cuore

 

Chiara M.

sabato 18 gennaio 2025

Agrigento capitale italiana della cultura

 


Da Budapest, dove ora mi trovo, ho seguito la cerimonia di apertura di "Agrigento capitale italiana della cultura". 

Cosa può dire un giurgintanu (agrigentino) figlio di quella terra? Ho girato molti paesi e sempre ho avuto come termine di paragone la mia amatissima Giurgenti con i suoi ardenti colori, con i suoi inconfondibili odori, con lo spazio aperto all'infinito... Ricordo che da bambino, quando mi è capitato di andare in altre città, mi chiedevo dove fossero i templi. Sì, perché per me i templi facevano parte integrante della città, di ogni città...

Quando poi al liceo classico "Empedocle" scoprivo che certe parole che usavo avevano origine nel greco, provavo la stessa sorpresa di quando nelle scuole medie, studiando francese, mi meravigliavo di incontrare parole che usava mia nonna, o che certe consonanti, inesistenti nella lingua italiana, erano arabe e che i cognomi erano spagnoli. 

Stamattina i vari relatori ricordavano non solo Empedocle del tempo che la città irradiava la cultura greca, ma anche i più recenti Sciascia, Pirandello e Camilleri. Se Pirandello e Sciascia, da angoli diversi hanno descritto il carattere degli agrigentini, Camilleri ha saputo usare una super-lingua che è memoria greca, spagnola, araba... 

Il presidente Sergio Mattarella diceva che essere fedeli alla propria storia significa costruire il futuro e legava a questo futuro la responsabilità di tutti. Anche io mi sento investito da tale accorato suggerimento carico di speranza. 

Guardando i bambini che sventolavano bandiere tricolore cercavo di indovinare di chi fossero figli o nipoti. Volti felici ai quali auguro un futuro bello come la nostra città e come la natura che spera e rinasce sempre. 

La foto di Tommaso Manzi lascia intravedere il tempio della Concordia dietro un'opera dello scultore polacco Igor Mitoraj

sabato 21 dicembre 2024

Accorati auguri di Chiara M.

Carissimi, Il mondo fuori è, oltre a una gran baraonda, anche una grande tragedia. Guardo intorno a me, ma soprattutto, dentro di me. Credo di avere una discreta esperienza di fede maturata negli anni, eppure ci sono dei momenti in cui domando a me stessa: «Come fai a dire a qualcuno di crederci ancora?». «Come fai quando sembra vincere chi urla di più, chi fa il duro, il bullo, il prepotente, il violento, il più forte che distrugge tutto attorno a sé quando passa?». «Cosa si può rispondere quando ti chiedono: “Perché muoiono sempre i migliori, quelli che potevano cambiare il mondo in meglio e i peggiori che cambiano le sorti del mondo sconvolgendolo, non muoiono mai?”». «O comunque, sembrano avere un potere illimitato di moltiplicare il male per tutta la durata della loro vita?». «Perché milioni di bambini innocenti che chiedono solo di vivere, giocare, sorridere, farti credere e sperare ancora nel bello dell’innocenza, non hanno più neppure le lacrime per piangere?». Potrei andare avanti per ore, ma sono cose risapute, sotto gli occhi di tutti che, alla fine, lasciano il tempo che trovano. Mi sento addosso una sensazione di delusione, amarezza, impotenza, frustrazione; come se avessi davanti un muro di gomma che rimanda al mittente ogni tentativo di cambiare le cose in meglio. Sento prepotente che è 'questo' il momento in cui bisogna tenere duro, non mollare. Il demonio, re del male, che si insinua dappertutto nelle crepe di noi umani, cerca di demolirmi per sfinimento. È in 'questa' situazione che devo dirmi: «NO!». Mi ricordo che LUI ha detto: “IO HO VINTO IL MONDO” Dio non bara. MAI! Non dà il cioccolatino di una consolazione passeggera. Lo fa di sicuro. Quando? Vorremmo subito, in fretta, siamo alla frutta, non ne possiamo più. Ma ci lascia liberi anche di arrivare ai confini dell’orrore, con agnelli sacrificali che ogni giorno muoiono a migliaia nel mondo. Dio non può volere questo. Lui ama. Per questo rinnova sempre l'annuncio del suo arrivo. Ogni anno Lui ritorna e ci dice che “NULLA È IMPOSSIBILE A DIO” Faccio fatica? Sì, tanta. Ma più con la volontà che col sentimento, mi dico e Gli dico: «Si, voglio crederci ancora». Ma non posso farlo da sola. È l'unione che fa la forza. Siamo tanti a volere questo. Uniamoci, cominciando con piccolissime cose. Un gesto gentile, un saluto diverso, un farsi prossimo a chi soffre e nella semplicità, far sentire che ci sei, che, magari, non capisci fino in fondo il suo dolore perché non l'hai provato, ma che sei lì, solo, come calice che accoglie le parole che vuole dirmi o solo i suoi silenzi, senza giudicare. E poi saranno le orecchie del cuore che suggeriranno di volta in volta cosa fate. Così allenate, faranno risentire il respiro dell'uomo che rinasce, della terra che si rigenera. Ma l'importante è UNIRSI. Farlo INSIEME. Vi auguro che questo Natale porti il “sollievo” e l'Anno Nuovo tanta speranza e pace. TANTISSIMI AUGURI!!! Un abbraccio a tutti e... GRAZIE sempre del vostro esserci. Chiara

lunedì 2 settembre 2024

La strada che ti sei fatta di Tanino Minuta


 Carissimi amici, 

con grande gioia vi faccio partecipi di un libro uscito di recente e che raccoglie quei fatti che nella mia vita sono stati come dei passi che la Verità, la Vita, Dio ha fatto per raggiungermi e farsi conoscere. 

l'Editore, Gualtiero Palmieri, mi ha molto incoraggiato perché dopo avere letto il manoscritto, vi ha trovato la bellezza di una "storia" che si è composta come un mosaico. 

La raccolta di esperienze oltre che essere come delle cartoline che ritraggono luoghi e momenti della mia vita, vorrebbero mostrare come la Verità della Vita si faccia strada, attraverso le situazioni più semplici.

Il libro quindi potrebbe essere un grazie a tutte le persone incontrate, a chi mi ha amato e insegnato ad amare, ma soprattutto è un grazie a Chiara Lubich che, con la sua vita fedele alla ricerca della Verità, ha tracciato una strada percorribile da tutti. 

Quando l'Editore mi ha chiesto a chi dedico il libro non no avuto dubbi nel dedicarlo "a te", ad ogni lettore, perché lo scopo della pubblicazione è quello di voler essere un dono, lo stesso dono che io ho ricevuto. 




venerdì 29 marzo 2024

Venerdì Santo


 Quando la settimana scorsa ho fotografato questa scultura alla chiesa  Mattia di Budapest, ho pensato a quanti dolori oggi pesano sull'umanità. Dolori noti e sconosciuti, gridati o silenziosi. 

In questo momento in cui la liturgia rinnova il momento della passione di Gesù, nel suo grido di dolore ascolto quello dell'umanità.

Con Lui nel più grande mistero che viviamo nella storia. 

giovedì 7 dicembre 2023

Il Movimento dei Focolari compie 80 anni




 Si calcola il 7 dicembre come data di nascita del Movimento dei Focolari perché quel giorno del 1943, a Trento, Chiara Lubich ha enunciato il suo "sì" a Dio, impegno perenne a seguire la sua voce. Lei lo considerava uno "sposalizio" ignara che da quello sposalizio sarebbe partita una corrente di spiritualità che cammina sul binario delle parola di Gesù. 

Questa ventata di vita nuova e fresca mi ha raggiunto più di 50 anni fa cambiando la rotta della mia vita, proponendomi un programma senza programma perché avrei potuto camminare assieme ad un Altro. 

Oggi, nell'ottantesimo del "sì" di Chiara, commovente per il suo coraggio e per la misteriosa risposta ad un amore, quel momento mostra la sua potente fecondità nel "sì" di tanti e tanti nei 5 continenti. 

Quando si ricordava il sessantesimo avevo scritto a Chiara una pagina che lei ha definito poesia e mi ha ripetuto più volte che le era piaciuta. La ripropongo per la gratitudine sempre più grande che provo per lei. 


LA SPOSA DI FUOCO

 

Una notte, come questa, sessanta anni fa, nessuno sapeva che in un punto della terra una donna stava correndo al luogo del “sì”. 

Chi era lo sposo? 

Unica testimone, la Chiesa. 

L’abito nuziale aveva il colore della pioggia e del vento.

Lo sposo non aveva un cognome da donare alla sposa: le prometteva un regno nascosto dove il dolore diventa gioia, la tenebra si muta in luce e dove ogni odio sbiadisce al calore dell’amore. 

Nessun invitato, nessuna firma oltre ad una lacrima, nessun pranzo nuziale.

Un diadema, sì, quello c’era: tre gemme rosse, come garofani accesi, stemma della famiglia.

Oggi, milioni di testimoni e invitati festeggiano lo sposalizio segreto. Lo sposo porta alla sposa la lacrima diventata diamante. E lei cosa gli porta?

Ha in mano tre gemme accese la cui fragranza, che va e che viene, inebria i popoli.

Poi apre i suoi occhi e lo sposo vi vede un’acies di fuoco. Nell’universo c’è un fremito: dove la sposa guarda, le ombre si diradano, fuggono, svaniscono e i pezzi sparsi compongono una casa grande come il mondo. 

 

Con immensa gratitudine!

                       Tanino

 

Bratislava, notte 7 dicembre 2003

martedì 30 maggio 2023

don Lorenzo Milani inascoltato profeta

In questi giorni in cui la figura di don Lorenzo Milani viene ricordata, una domanda di incomparabile spessore domina la mia mente: "Perché i profeti non sono ascoltati?". 

La paura del nuovo, come i cavernicoli all'irrompere di fulmini e tuoni, determina purtroppo molti passi di chi ha qualche potere...

Grazie don Milani perché non hai mollato, pur restando fedelissimo alla Chiesa del tuo tempo. 


Se dicessi che credo in Dio, direi troppo poco perché gli voglio bene. 

E volere bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza

Don Lorenzo Milani

Foto da internet


venerdì 7 aprile 2023

Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?



 «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). È l’invocazione che la Liturgia oggi ci ha fatto ripetere nel Salmo responsoriale (cfr Sal 22,2) ed è l’unica pronunciata sulla croce da Gesù nel Vangelo che abbiamo ascoltato. Sono dunque le parole che ci portano al cuore della passione di Cristo, al culmine delle sofferenze che ha patito per salvarci. “Perché mi hai abbandonato?”.

Le sofferenze di Gesù sono state tante, e ogni volta che ascoltiamo il racconto della passione ci entrano dentro. Sono state sofferenze del corpo: pensiamo agli schiaffi, alle percosse, alla flagellazione, alla corona di spine, alla tortura della croce. Sono state sofferenze dell’anima: il tradimento di Giuda, i rinnegamenti di Pietro, le condanne religiose e civili, lo scherno delle guardie, gli insulti sotto la croce, il rifiuto di tanti, il fallimento di tutto, l’abbandono dei discepoli. Eppure, in tutto questo dolore a Gesù restava una certezza: la vicinanza del Padre. Ma ora accade l’impensabile; prima di morire grida: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». L’abbandono di Gesù.

Ecco la sofferenza più lacerante, è la sofferenza dello spirito: nell’ora più tragica Gesù prova l’abbandono da parte di Dio. Mai, prima di allora, aveva chiamato il Padre con il nome generico di Dio. Per trasmetterci la forza di quel fatto, il Vangelo riporta la frase anche in aramaico: è l’unica, tra quelle dette da Gesù in croce, che ci giunge in lingua originale. L’evento reale è l’abbassamento estremo, cioè l’abbandono di suo Padre, l’abbandono di Dio. Il Signore arriva a soffrire per amore nostro quanto per noi è difficile persino comprendere. Vede il cielo chiuso, sperimenta la frontiera amara del vivere, il naufragio dell’esistenza, il crollo di ogni certezza: grida “il perché dei perché”. “Tu, Dio, perché?”.

Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? Il verbo “abbandonare” nella Bibbia è forte; compare in momenti di dolore estremo: in amori falliti, respinti e traditi; in figli rifiutati e abortiti; in situazioni di ripudio, vedovanza e orfananza; in matrimoni esausti, in esclusioni che privano dei legami sociali, nell’oppressione dell’ingiustizia e nella solitudine della malattia: insomma, nelle più drastiche lacerazioni dei legami. Lì, si dice questa parola: “abbandono”. Cristo ha portato questo sulla croce, caricandosi il peccato del mondo. E al culmine Egli, il Figlio unigenito e prediletto, ha provato la situazione a Lui più estranea: l’abbandono, la lontananza di Dio.

E perché è arrivato a tanto? per noi, non c’è un’altra risposta. Per noi. Fratelli e sorelle, oggi questo non è uno spettacolo. Ognuno, ascoltando l’abbandono di Gesù, ognuno di noi si dica: per me. Questo abbandono è il prezzo che ha pagato per me. Si è fatto solidale con ognuno di noi fino al punto estremo, per essere con noi fino in fondo. Ha provato l’abbandono per non lasciarci ostaggi della desolazione e stare al nostro fianco per sempre. L’ha fatto per me, per te, perché quando io, tu o chiunque altro si vede con le spalle al muro, perso in un vicolo cieco, sprofondato nell’abisso dell’abbandono, risucchiato nel vortice dei tanti “perché” senza risposta, ci sia una speranza. Lui, per te, per me. Non è la fine, perché Gesù è stato lì e ora è con te: Lui, che ha sofferto la lontananza dell’abbandono per accogliere nel suo amore ogni nostra distanza. Perché ciascuno di noi possa dire: nelle mie cadute – ognuno di noi è caduto tante volte –, nella mia desolazione, quando mi sento tradito, o ho tradito gli altri, quando mi sento scartato o ho scartato gli altri, quando mi sento abbandonato o ho abbandonato gli altri, pensiamo che Lui è stato abbandonato, tradito, scartato. E lì troviamo Lui. Quando mi sento sbagliato e perso, quando non ce la faccio più, Lui è con me; nei miei tanti perché senza risposta, Lui è lì.

Il Signore ci salva così, dal di dentro dei nostri “perché”. Da lì dischiude la speranza che non delude. Sulla croce, infatti, mentre prova l’estremo abbandono, non si lascia andare alla disperazione – questo è il limite –, ma prega e si affida. Grida il suo “perché” con le parole di un salmo (22,2) e si consegna nelle mani del Padre, anche se lo sente lontano (cfr Lc 23,46) o non lo sente perché si trova abbandonato. Nell’abbandono si affida. Nell’abbandono continua ad amare i suoi che l’avevano lasciato solo. Nell’abbandono perdona i suoi crocifissori (v. 34). Ecco che l’abisso dei tanti nostri mali viene immerso in un amore più grande, così che ogni nostra separazione si trasforma in comunione.

Fratelli e sorelle, un amore così, tutto per noi, fino alla fine, l’amore di Gesù è capace di trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne. È un amore di pietà, di tenerezza, di compassione. Lo stile di Dio è questo: vicinanza, compassione e tenerezza. Dio è così. Cristo abbandonato ci smuove a cercarlo e ad amarlo negli abbandonati. Perché in loro non ci sono solo dei bisognosi, ma c’è Lui, Gesù abbandonato, Colui che ci ha salvati scendendo fino al fondo della nostra condizione umana. È con ognuno di loro, abbandonati fino alla morte… Penso a quell’uomo cosiddetto “di strada”, tedesco, che morì sotto il colonnato, solo, abbandonato. È Gesù per ognuno di noi. Tanti hanno bisogno della nostra vicinanza, tanti abbandonati. Anch’io ho bisogno che Gesù mi accarezzi e si avvicini a me, e per questo vado a trovarlo negli abbandonati, nei soli. Egli desidera che ci prendiamo cura dei fratelli e delle sorelle che più assomigliano a Lui, a Lui nell’atto estremo del dolore e della solitudine. Oggi, cari fratelli e sorelle, sono tanti “cristi abbandonati”. Ci sono popoli interi sfruttati e lasciati a sé stessi; ci sono poveri che vivono agli incroci delle nostre strade e di cui non abbiamo il coraggio di incrociare lo sguardo; ci sono migranti che non sono più volti ma numeri; ci sono detenuti rifiutati, persone catalogate come problema. Ma ci sono anche tanti cristi abbandonati invisibili, nascosti, che vengono scartati coi guanti bianchi: bambini non nati, anziani lasciati soli – può essere tuo papà, tua mamma forse, il nonno, la nonna, abbandonati negli istituti geriatrici –, ammalati non visitati, disabili ignorati, giovani che sentono un grande vuoto dentro senza che alcuno ascolti davvero il loro grido di dolore. E non trovano altra strada se non il suicidio. Gli abbandonati di oggi. I cristi di oggi.

Gesù abbandonato ci chiede di avere occhi e cuore per gli abbandonati. Per noi, discepoli dell’Abbandonato, nessuno può essere emarginato, nessuno può essere lasciato a sé stesso; perché, ricordiamolo, le persone rifiutate ed escluse sono icone viventi di Cristo, ci ricordano il suo amore folle, il suo abbandono che ci salva da ogni solitudine e desolazione. Fratelli e sorelle, chiediamo oggi questa grazia: di saper amare Gesù abbandonato e di saper amare Gesù in ogni abbandonato, in ogni abbandonata. Chiediamo la grazia di saper vedere, di saper riconoscere il Signore che ancora grida in loro. Non permettiamo che la sua voce si perda nel silenzio assordante dell’indifferenza. Non siamo stati lasciati soli da Dio; prendiamoci cura di chi viene lasciato solo. Allora, soltanto allora, faremo nostri i desideri e i sentimenti di Colui che per noi «svuotò se stesso» (Fil 2,7). Si svuotò totalmente per noi.


Papa FrancescoOmelia della Domenica delle Palme, Piazza San Pietro, 2 aprile 2023. 


https://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2023/documents/20230402-omelia-palme.html

lunedì 27 marzo 2023

Il dramma non è catartico


 
Carissimi amici, 

è da più d'un anno che in Ucraina si combatte una guerra che sembra dipenda dal sì o dal no di qualcuno. Quel sì e quel no sono interessi, commercio di armi, ristabilimento di vecchie glorie, gonfiore di potenza... e intanto spariscono dalla scena uomini, donne bambini, anziani. Guerrieri di varie bandiere e civili, combattenti e gente che dorme in casa... 

Le invocazioni di Papa Francesco non arrivano a toccare il cuore di chi ha in mano il gioco delle armi. 

Certo non è la prima guerra che scoppia, la storia ne elenca da tempi immemorabili. Si direbbe che il progresso ha sempre avuto un fondale di guerra e sangue. 

È soltanto in questa direzione che avanza l'evoluzione dell'umanità?

Ho un amico ucraino. L'ho incontrato dopo mesi che non lo vedevo. Non abbiamo parlato della guerra ma ho notato in lui un silenzio che prima non possedeva in tal modo. Una specie di "perché" soffocato che non conosce risposte, uno sguardo verso un orizzonte dove ogni linea è cancellata. 

Quel silenzio mi accompagna e mette a tacere i politologi che sanno tutto sulle armi, sulla politica, sulle strategie militari e, guardano come un film muto scene raccapriccianti e apocalittiche. Sì, è meglio per loro zittire l'audio perché il grido degli innocenti disturba la scena. 

Non so cosa dire, so solo che il dramma non è più catartico.  

mercoledì 8 marzo 2023

Come se fosse l'ultimo giorno


È passato un anno e la guerra non pare abbia spiragli di pace. 
Proprio in questi giorni leggendo Bonhoeffer mi è sembrato che nella situazione in cui lui si è trovato, tanto simile a chi è in guerra o sfollato per un terremoto, vivere il proprio giorno come fosse l'unico, è un consiglio di valore e di grande sostegno: 


Finora ci era sembrato che fosse un diritto inalienabile della vita umana quello di poter progettare un piano di vita, sia dal punto di vista professionale che individuale. Ma le cose sono cambiate. Dalla potenza delle circostanze siamo stati cacciati in una situazione nella quale dobbiamo rinunciare a “pensare al domani” (Mt 6, 34) … 

La forzata rinuncia a pianificare il futuro significa per i più l’irresponsabile, leggera o rassegnata limitazione al momento… Ci rimane soltanto lo stretto sentiero, spesso ancora da scoprire, di prendere ogni giornata come fosse l’ultima e di vivere con fede e senso di responsabilità, come se ci attendesse ancora un grande futuro.

 

Dietrich Bonhoeffer tratto da Resistenza e resa. 

giovedì 23 febbraio 2023

Ciò che conta

Un amico che vive in Ucraina mi ha segnalato una frase di Churchill che letta sullo sfondo di una guerra che non sa più dire chi ha ancora diritto di vivere, chi sono i vincitori e i vinti, ha una carica di speranza e indica una strada.



 

Il successo non è definitivo 

il fallimento non è fatale.

Ciò che conta è il coraggio di andare avanti.

E noi ne abbiamo bisogno tanto.

Winston Churchill

 

giovedì 16 febbraio 2023

Un successo può avere crepe?

 

Forse mai si è parlato così tanto di uno spettacolo come Sanremo 2023 iniziato volando alto.

Con la propaganda su tutti i fronti che lo ha lanciato e ha saputo nutrire l’attesa, il festival si è liberato dal bozzolo della kermesse per annunciare l’Italia 2023. 

Ed è a questo punto che qualche crepa, prevedibilissima (inevitabile?) per uno spettacolo di tali dimensioni, si è mostrata. 

Non scendo i gradini delle canzoni, degli abiti, delle luci, degli applausi e dei fischi… ma colgo la voce di chi si è stupito di qualche indecenza, che si è chiesto quale nome dare a certe esagerazioni: libertà, conquista, emancipazione, voce dei giovani? L’Italia oggi è questa? Si mostra così un Paese consapevole di guerre e calamità?

Trovare la risposta è possibile se si mette il festival nel suo angolo e si abbassa il rumore creato dall’enfasi organizzativa. 

Indubbia l’equilibrata bravura di Amadeus per il grande impegno di ricerca del meglio da presentare, spalleggiato da Gianni Morandi. Marco Mengoni comunque vola alto e il suo occhio d’aquila potrebbe indicare la direzione della speranza oltre le crepe. 

Ma… qualche ‘ma’ rimane e dispiace molto. 









 

venerdì 6 gennaio 2023

Gli auguri di Chiara M.

Scelgo di pubblicare oggi, Epifania del Signore, questo intenso e sentito augurio di Chiara M.
Lo offro come un dono, perché tale è. 
Buona Festa!



Natale 2022           

 

Carissimi, 

da parecchi giorni pensavo a cosa scrivervi per questo Natale.

Vuoto totale.

Per quanto mi sforzassi, non mi veniva niente. Non riesco a scrivere una cosa se non la provo.

Vedevo attorno a me solo il peggio dell'umanità, solo dolore, disorientamento, buio, isolamento, egoismo, violenze, e tutto quello che in questo periodo ci sentiamo ripetere continuamente.

E il peggio era che, lo sto vivendo anch'io, su di me, questo 'peggio', ancora 'più' peggio dell'ultima volta che mi avete letta.

Ieri pomeriggio ho visto lo Zecchino d'Oro per rilassarmi un attimo.

Ho visto questi bambini, così maturi, consapevoli nonostante l'età, ma anche così innocenti, così puri, cosi 'freschi' di Vita, entusiasti.

E lì mi è scattata una scintilla.

Sarà che io amo pazzamente i bambini, quelli piccoli soprattutto, non ancora 'contaminati' da noi.

Sarà che ho la fortuna di avere un nipotino di 2 anni che è il massimo della gioia, sta di fatto che, secondo me, è questa la soluzione.

Se si guarda negli occhi un bambino, si vede il Cielo. Se lo senti parlottare, se si avvertono i suoi piccoli passi che diventano sempre più sicuri e si fidano... Allora ci si sente abbracciati con quella tenerezza, dolcezza, quel profumo di buono, che solo i bambini hanno.

Anche i pensieri più neri, per un attimo si spostano.

Loro costringono a sorridere.

Emanano Luce.

Ho poi visto l'inquadratura di una natività dove il centro era proprio Gesù Bambino. 

Era il punto luce centrale del quadro, un po' oscuro, (dove c'erano Maria e Giuseppe), che con sapienti pennellate, l'artista metteva in evidenza.

Catturava lo sguardo.

Già, perché alla fine sembra sempre di ripetere la stessa storia.

Un'altra volta Natale, un'altra volta Gesù Bambino che arriva e ... il mondo è sempre lo stesso. 

Pure peggio.

Ma LUI, non si stanca mai.

Imperterrito torna e ci guarda, si lascia guardare se abbiamo un attimo in cui lasciamo da parte lustrini e paillettes.

Stiamo in silenzio.

Ce n'è davvero bisogno.

In questa bolgia infernale prendiamoci il tempo di ascoltare semplicemente il silenzio.

Cerchiamo di vivere ogni attimo, come se fosse l'ultimo.

Io lo faccio ogni giorno, con la gioia e la consapevolezza che mi è data di viverlo, perché ogni attimo è prezioso, anche se doloroso. 

Non hanno senso la Guerra, il Male.

Uniamoci, preghiamo insieme, perché tutti quelli che possono influire sull'andamento della situazione, si guardino con occhi puliti.

Sembra una battaglia tra Davide e Golia, assurdo il solo pensarlo. Pura illusione.

Roba da bambini appunto.

Non mi risulta però, che le guerre abbiano portato alla pace.

Semmai è la pace, la nonviolenza, la forza di volere la pace, che porta alla pace.

Che ci costa provare?

 

Vi auguro un Natale di luce,

QUELLA LUCE.

 

Vi abbraccio tutti, uno per uno.

                                     Chiara M.

 

martedì 3 gennaio 2023

l'ultima parola della storia

 In una visita al Movimento dei Focolari del Card. Joseph Ratzinger al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, l’8 dicembre 1989, mentre si svolgeva un incontro di focolarine che gli hanno posto delle domande, l’allora Cardinale disse fra l’altro: 

L’ultima parola della storia del mondo sarà la comunione, sarà il diventare comunione, non solo tra noi ma, essendo incorporati nell’amore trinitario, diventare comunione universale, dove Dio è tutto in tutti.[1]



[1] Dall’ Archivio Chiara Lubich in Archivio Generale Movimento dei Focolari.

 

giovedì 29 dicembre 2022

Ogni uomo è il presepio di Dio


 Tra i mille articoli e messaggi che il Natale suscita, ciò che ha scritto il cardinale José Tolentino de Mendonça su “Avvenire” di venerdì 23 dicembre 2022, mi ha profondamente centrato non alla mia infanzia in cui il presepe era un punto vivo, ma al mio oggi, impreziosito dall’esperienza e dal mistero carico del tempo.  

 

…ogni uomo è il presepio in cui Dio nasce. I presepi che vengono allestiti, e poi tranquillamente messi via, i presepi ai quali riserviamo una scadenza determinata (e non al di là di questa), i presepi che soltanto illustrano l’inoffensiva nostalgia dei simboli, non sono veri presepi. Il presepio siamo noi. È dentro di noi che un Dio nasce. Dentro questi gesti che in uguale misura sono rivestiti di speranza e di ombra. Dentro le nostre parole e il loro traffico sonnambulo. Dentro il riso e l’esitazione. Dentro il dono e l’attesa. Dentro il calore della casa e nell’addiaccio imprevisto. Dentro il pendio e dentro la pianura. Dentro la lampada e nel grido. La nostra stirpe è quella degli appena nati. Quale che sia la nostra età o la stagione che ci troviamo a vivere, la verità è che noi siamo, fino alla fine, una cosa al suo inizio. E il presepio conferma che la nascita è struttura fondante della vita.

(foto da internet)

sabato 24 dicembre 2022

Sotto le macerie

 Un amico mi ha mandato l’icona di Irinej Yurčuk, pittore ucraino che racconta dove nasce oggi Gesù: sotto le macerie di mille storie interrotte, oltre l’annientamento dell'orizzonte della speranza... 

Chi ha in mano il filo della vita?

... una stella trapassa l'odio e l'arroganza del potere. 




venerdì 23 dicembre 2022

Il paradosso del Natale


 Molti anni fa, quando iniziavo questo blog, ho pubblicato questi miei pensieri nati durante una passeggiata nei boschi di Bratislava. 

Oggi, rileggendo la pagina e trovandola attuale, la ridono a chi mi segue. 

Il presepe che ogni anno ricompongo è un modo per tornare al mio "futuro", quel futuro che intravedevo e sognavo da bambino proprio davanti al presepe. 

Buon Natale, cari amici. 


Nel primo pomeriggio esco per una passeggiata. La neve è sempre una piacevole novità e il bosco mi sembra ancor più incantato. Seguo il sentiero tracciato dalle orme di qualcuno e mi stupisce lo splendore del bianco tagliato con forza dalle trame minacciose degli alberi, artigli ossuti aggrappati ad un cielo senza qualità. Mi sento stanco, schiacciato da situazioni che assommate ad altre hanno creato una coperta spessa che mi impedisce di capire il senso di ciò che mi sta accadendo. Parlo tra me e me. Interrogo la voce che dentro sempre mi ha accompagnato. Sembra sepolta, cancellata. Cerco, con presuntuosa compiacenza, qualche soluzione immediata, qualche preciso sentiero di uscita. Silenzio. Tutto è ovattato, senza voce. Poi la neve, nella sua innocenza, mi distrae. Da bambino, in Sicilia, non sapevo cosa fosse la neve e quando mio padre preparava il presepe, la pastorale, sulle casette fatte da cartoncino spalmato di colla di farina e coperto da sughero grattato, mettevamo grossi fiocchi di cotone, sparsi qua e là. Ora di neve ne godo tanta e non vedo gli aspetti disagevoli che comporta. Sono nel cuore del bosco e mi accorgo che sto parlando a voce alta. Mi soffoca il ricordo delle cose fatte male, l’evidenza dei miei difetti, gli errori ricorrenti, i vuoti mai riempiti. Questa insopportabile imperfezione denuncia la mia friabilità. E la voce che mi consolava ora è annegata nel silenzio che stagna dentro di me. La neve scricchiola sotto i miei passi. Una volta ho letto che dal rumore della neve si può capire quanti gradi sotto zero siamo. Mi fermo per guardare in alto fin dove si protendono gli artigli degli alberi. Anch’io sto implorando. Il mio dolore riuscirà a sorpassare quei rami? La mia preghiera si svincolerà dallo spessore vischioso del silenzio? Nessuna risposta. Girando lo sguardo attorno, resto attonito per la suggestiva scena che mi abbraccia. Come mai non ho notato questo scenario? Non vedo più tronchi neri ma volumi che appena emergono dal bianco. Da questo lato gli alberi non sono più neri, sono stati assaliti dalla neve. La neve sui rami appesantiti ha creato un ricamo che scende fino a me. Passo sotto, quasi a piegarmi fino a terra, sotto un arco di trionfo intarsiato da un artista senza pari. Mi vengo a trovare al posto dove la superba altezza degli alberi mi dà sempre l’idea di un tempio costruito dai ciclopi. Il candore ha messo guanti gentili anche ai loro rudi e severi capitelli. Quante sfide, quanti venti, quante bufere, quante arsure! Ma ora è festa. Mi torna in mente una frase di Benedetto XVI ad una Messa di Natale: 

“È il Creatore dell’universo ridotto all’impotenza di un neonato. Accettare questo paradosso, il paradosso del Natale è scoprire la verità che rende liberi, l’Amore che trasforma l’esistenza. Nella notte di Betlemme, il Redentore si fa uno di noi, per esserci compagno sulle strade insidiose della storia”. 

Il paradosso del Natale! Il Creatore ridotto all’impotenza. Al silenzio. Devo attendere che cresca perché mi dia le risposte di cui ho urgenza? O sono io che devo raggiungerlo nella sua piccolezza, nella sua debolezza? La scena che mi accompagna ai due lati è decisamente solenne, festosa; navate di una cattedrale innalzata per me. Il silenzio mi permette di udire una melodia antica: è il coro che accompagna sempre i paradossi dell’Amore ed ha bisogno di molto silenzio. Di ascolto. L’effimero e provvisorio sentiero segnato dai miei passi mi sta conducendo verso Natale.