domenica 23 maggio 2010

Come si cambia...

 
“Come si cambia per non morire, come si cambia per amore…” cantava Fiorella Mannoia ed io, a forza di cambiare, sono arrivato al fondo del nulla. Dove ho sbagliato? È tutta qui la vita?
Che senso ha il vivere, la ricerca della felicità, il bisogno d’amare? Che senso ha il soffrire, il sacrificarsi per altri? Le domande si liberano una a una e mi lasciano senza pensieri, senza più parole da dire a me stesso e agli altri. Da quale parte spunterà la speranza?
Ti scrivo e non so perché lo faccio. Forse avrei bisogno di una parola da amico, anche se non mi conosci.
Grazie, anche se non rispondi.
                                                 Marco

Disegno di Maurizio Mosconi, Albero

giovedì 20 maggio 2010

Il tuo nome è un suono

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Una famiglia di amici era venuta a trovarmi ad Ancona, dove abitavo, per una visita specialistica di cui aveva bisogno un loro figlio. Una domenica li ho accompagnati a Loreto, il famoso santuario che custodisce la casetta di Nazaret.
Mi occupavo del ragazzino, quando un signore si avvicina per chiedermi: “Chi sei?”.
Non capisco la domanda. Allora il distinto signore, mi dice che aveva osservato come mi stavo occupando del ragazzino “Chi te lo fa fare? Non sembri uno pagato per fare questo servizio…”.
Ho domandato se fosse tanto strano occuparsi degli altri.
Lui risponde: “Non è tanto il fatto di occuparsi di qualcuno, ma è chiaro che questo ragazzo non è sano e tu ci sai fare. Quindi, o si tratta di un parente con quale convivi da tempo e hai imparato come fare, o stai facendo degli studi specializzati per questi casi oppure sei una persona eccezionale”.
Dalla mia risata il distinto signore capisce che nessuna delle sue ipotesi reggeva.
Allora lui tira una conclusione: “Tu sei un piccolo grande uomo”.  E così continuò a chiamarmi tutte le altre volte che c’è stata occasione di sentirci per telefono o d’incontrarci.
Una volta mi chiese cosa significasse per me Dio, e gli mandai la finale di un pensiero che avevo scritto in quei giorni nel diario. Quando è morto la moglie mi raccontò che il marito teneva sulla scrivania del suo studio, una strana frase incorniciata, e mi chiedeva se la conoscevo o se ne capivo il significato.

… e nel cuore il tuo nome è un suono
al cui tono si armonizzano questi silenzi senza qualità:
il nome ha la forma del tempo presente.

Foto di Palko Danko
Questo brano un mio amico, Giuseppe Cocchiaro, l'ha inseriro nel suo album  di foto "Se un istante..."

martedì 18 maggio 2010

Mi hai proprio deluso, sai?

 
Ciao, Tanino,
ti racconto una cosina di oggi:
Sto già mangiando quando entrano in trattoria un uomo e, subito dietro, una ragazzina adolescente – mi rendo conto della sua età quando si toglie gli occhiali – e vengono a sedersi vicino a me. Ordinano e iniziano a parlare, non posso non sentire quel che dicono, soprattutto lui: “… qui dentro il campo non prende … tua madre riesci a chiamarla?! ... poi devi andare a scuola … ti bocciano … francese ti aiuto io a studiarlo … ogni volta che non vai a scuola, ti porto con me …”.  L’impressione è quella di un padre separato, soprattutto quando sento: ”Mi hai deluso, sai?... mi hai proprio deluso” e vedo che lei non sa che dire. Quanto sarà delusa lei – se la mia impressione è giusta – ? Non la conosco ma niente esclude che possa frequentare la mia stessa scuola; anch’io ho alunni con i genitori separati e situazioni familiari assurde. Spesso vanno male, devo valutarli e non posso essere buonista. Come potrei aiutarli?
Ho l’abitudine di mangiare in fretta e presto esco senza poter fare altro che salutare discretamente i pochissimi clienti della trattoria. Ma quella scena ancora pesa dentro di me.
                                                                                        Maurizio M.

foto mia

sabato 15 maggio 2010

Voglio arrivare a te



No
non voglio aggiungerti alle mie cose!
Voglio
arrivare a te.

 foto mia

mercoledì 12 maggio 2010

E come sempre, Tu ci ami per primo

Ciao Tanino, ti mando un piccolo fatterello che ci è successo lunedì scorso.
Grazie ancora per le tue ‘storie’.
Buona giornata e buona Festa dell’Ascensione.
Francesco.


Come mai sei arrivata così tardi?
Sono le 11 e domani mi devo alzare alle 6 per andare al lavoro.
Salgo in auto e un gelido mutismo scende nell’abitacolo.
L’autostrada si snoda nel buio della notte, mentre il disappunto nel cuore fa eco alla pioggia battente di fuori.
Abbandoniamo l’autostrada per prendere il Monte Ceneri.
Nel buio di quella strada una forma umana spunta fuori.
È un uomo che cammina sul ciglio della strada.
Blocco l’auto e, voltandomi indietro lo chiamo.
Si avvicina.
Cosa fa su questa strada al buio. Sa che è pericoloso? È già morta tanta gente qui di notte.
Lo invitiamo a salire e quasi subito l’aria si riempie di alcool.
Gli chiediamo da dove viene e dove deve andare.
Vengo da Ischia e vado a Sant’Antonino.
Lo accompagniamo e, salutandoci chiede:come vi chiamate?
Glielo diciamo.
Riprendiamo il viaggio.
Ripenso alla domanda e mi sembra che potresti essere stato Tu a porcela, come per dire:Mi ricorderò di questa sera, perché il passaggio l’avete dato a me.
L’atmosfera in auto è cambiata.
Questo gesto d’amore ci ha rimesso nella carreggiata per ricominciare ad amare.
Come ogni sera,ti ringraziamo per la giornata che ci hai donato e mettiamo nelle tue mani il riposo della notte.
E come sempre, Tu ci ami per primo.
(tupensaci.splinder.com)



foto mia

lunedì 10 maggio 2010

Gelsomina


Alloggio in una villa dei Castelli Romani. Ieri sera tornando dal convegno cui partecipo, mi sono soffermato a guardare la città di Roma. Una distesa di luci d’oro splendenti, come una manciata di perle luminose buttate nel buio dei prati.
Dietro di me una voce: “Ma tu, l’hai mai visto il tramonto?” Risposi subito di sì, e mi accorsi che mi parlava Gelsomina, un donna rotonda e felice, di indefinibile età, dai gesti e dalla voce di bambina, senza denti e con un sorriso innocente che comunicava pace.  
“Vieni qui, alle sette di domani sera e vedrai uno spettacolo che non hai mai visto!”.
Stasera sono arrivato puntualmente e quando Gelsomina mi vide si è messa a piangere perché il sole era già tramontato.
Le chiedo: “Cosa ti ha detto il sole?”.
“Se mi prometti che custodisci un segreto, te lo dico!” Le sorrido e allora Gelsomina:
“Quando il sole mi vede triste mi manda sempre dei petali di rosa. Anche stasera me li ha mandati con il vento che era carico di profumo. Sono petali vellutati e sul velluto ci sono dei segni, come sui libri. Ma io non so leggere”.
Gelsomina tira fuori dalla tasca un pezzo di pane, poi una caramella color viola, una conchiglia azzurra, una stella marina spezzata e un pezzo di carta che arrotola dei petali colore dell’oro. Sono freschi e profumati. I petali hanno delle venature cioè delle lettere, parole. Comincio a leggere una favola…
Lo sguardo di Gelsomina è pieno di gioia e di domande. Le spiego che il sole ci vuole dire che non tutti sappiamo fare le stesse cose. Lei sa raccogliere i petali del sole e io so leggerli. Il sole ci sta svelando un grande segreto: per vivere tutte le stagioni della vita abbiamo bisogno l’uno dell’altro.
“Allora ti regalo tutti gli altri petali del sole. In una scatola azzurra li ho raccolti tutti – mi dice Gelsomina – non sapevo che sono parole. E tu che giri il mondo potrai donare una parola del sole ad ogni bambino che incontrerai”. 

Foto mia

giovedì 6 maggio 2010

lettera a un ... paladino di pace

Joaquim Mendes, il giorno che finiva la II Guerra Mondiale, era un giovane papà brasiliano. Aveva 31 anni, e al primo dei suoi 5 figli, Antonio Carlos, allora di due mesi, scrisse questa accorata lettera.
La pubblico sia come documento di speranza, sia per ringraziare Antonio Carlos, Anna Maria, Caris, Teresa e José Camilo che mi hanno fatto dono di questo prezioso documento di famiglia.   
San Paolo, 8 maggio 1945.
Figlio mio,
salute e pace!
In questo giorno della fine della guerra, in memoria dei brasiliani che hanno combattuto nei campi di lotta d'Europa, papà e mamma si rivolgono a te con la speranza e l’augurio che mai più abbiamo da affrontare un’altra guerra.
Desideriamo che tu sia un paladino della pace e che, con intelligenza e cultura, con bontà e coraggio, con uno spirito nobile e idee elevate che senz’altro avrai e che ti guideranno nella tua vita, difendendo le cause nobili, tu sii un motivo di orgoglio e giubilo per i tuoi genitori, i tuoi nonni e tutta la famiglia, per il nostro paese e per l’umanità.
Che Dio ti faccia felice e che tu possa donare felicità ai tuoi simili è ciò che noi ti auguriamo; e siamo certi di veder realizzata questa eccelsa ventura.
Che Dio ti custodisca e faccia di te un grande uomo, grande per le tue idee, azioni e esempi, grande per la tua nobiltà d’anima, per la tua bontà e intelligenza a servizio del benessere dei nostri prossimi, grande per il tuo coraggio, lealtà e fede, per i tuoi bei sentimenti, per il tuo amore alla libertà, per tutto ciò che sintetizza i migliori aneliti del progresso umano.
Che Dio ti faccia giusto e pietoso e che, con tutto quanto desideri, tu possa lavorare per un mondo migliore, più comprensivo, più umano, più felice, amico e caritatevole.
Che tutto quanto ti auguriamo diventi realtà e che le benedizioni divine siano proporzionate a ciò. Sono gli auguri di mamma e di papà.
foto di Palko Danko

lunedì 3 maggio 2010

Maggio 2010

--> " Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui"   (Gv 14,21).
 
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Insegnavo in una classe di alunni dell’età post adolescenziale e lì si era creato un gruppo capitanato da uno studente che qui chiamo Manlio. Era stato uno dei più bravi e, nel giro di pochi mesi si era abbrutito e aveva creato una gang di fanfaroni, spavaldi e screanzati. Un giorno mi sono reso conto che nelle mie spiegazioni mi riferivo a chi mi ascoltava, in quanti trovavo solidarietà e sostegno. Anche quando mi preparavo per la prossima lezione il punto di riferimento erano quelli che mettevano impegno a seguirmi.

Ma non ero contento. Non era tanto perché stavo emarginando una parte della classe, quanto per la delusione che mi stava dando proprio quello che era stato il migliore. Un giorno ho parlato con la madre di Manlio, e venni a sapere che il figlio era entrato nel giro della droga e, per tutti i danni economici e morali che stava provocando alla famiglia lei, disperata, era arrivata al punto di desiderare la morte del proprio figlio.


Quella disperazione non mi lasciò in pace. Misi tutto il mio impegno a prendere come misura non chi mi ascoltava e mi sosteneva, ma proprio Manlio, proprio lui che sistematicamente distruggeva tutto il mio lavoro.


Soltanto l’impegno di prenderlo come punto di riferimento, mi fece sperimentare una gioia libera e fresca, come se attingessi a una sorgente di energia che mi rivitalizzava, svegliava la mia fantasia e metteva in atto risorse nascoste. Anche le lezioni cambiarono, come se una forza, più potente delle mie capacità e competenze, dirigesse tutto.


Durante la Messa, un giorno, ascoltai queste parole misteriose “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui” e mi sembrò di capirle.


L’amore verso il prossimo, verso qualsiasi prossimo è come un dardo lanciato in un cielo buio e, di colpo, si accende un’armonia che attendeva quel dardo. 


Foto mia

domenica 25 aprile 2010

Le caprette illetterate

«Forse sanno quale erba cura l’invidia, come avevano curato
la mia rabbia».

Illustrazione di Valerio spinelli
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Dall’Aula Magna dell’università, il giorno precedente, ero uscito con le gambe che mi tremavano. Dopo la mia prolusione preparata in base all’esperienza dell’anno precedente, interviene una collega che, suppongo per l’invidia provocata dagli applausi che avevo ricevuto, fece un commento alla mia esposizione che annullava praticamente il pensiero sul quale avevo costruito il discorso. Lei con voce acuta sentiva il dovere di contraddirmi perché, perché, perché …
Quelle precisazioni agghiacciarono la sala, mentre la mia testa si accese di voglia di difendere le idee che fra l'altro erano frutto di un intenso lavoro comune. Non era l’insuccesso che mi tormentava, ero amareggiato, offeso da un modo di vedere le cose che non teneva conto dell’altro, sconcertato da una difesa di istituzioni morte e non di persone vive. Chiesi al capocattedra, che mi sedeva accanto, se potevo aprire il vespaio dimostrando il non senso e le contraddizioni della collega. Lui mi dice, impassibile: “Non ammazzarla ora, ammazzala domani!”. Gli chiesi il permesso di non rimanere ancora lì e di dispensarmi anche dalla cena ufficiale.
Nell'intervallo che seguì, uscii dalla sala e dall’edificio. Colleghi e studenti formarono una lunga fila per stringermi la mano. Ed io mi sentivo senza sangue nelle vene.
Mi allontani a piedi dall’università verso la periferia della città, dove cominciava il bosco. Conoscevo i sentieri: quante lezioni preparate lì, quanti colloqui con gli studenti, quante corse!
Mentre i pensieri stavano raggiungendo l’ebollizione, il belato di una capretta che stava dietro un recinto mi distrasse. Mi avvicinai. Lei fece altri belati. Dentro il recinto anche le radici dell’erba erano da tempo mangiate. Andai a cercare in giro erba fresca. Cercai cicoria selvatica. Quando fui al cancello di capre ce n’erano tre, quindi altro tarassaco da cercare. E ogni volta che tornavo al cancello, trovavo il numero delle capre cresciuto. Insomma ci volle un’ora prima che potessi allontanarmi da quel recinto.
Quando ripresi la strada per tornare al collegio, dove occupavo una camera nel settore riservato ai professori, avevo una profonda serenità. Le caprette avevano mangiato anche la radice della mia voglia di vendicarmi. E ne fui felice. Sentivo in me un'immensa gratitudine verso Dio-Amore che maternamente mi aveva aiutato a uscire dal tunnel del rancore.
E non era finita. Quando arrivo alla mia stanza, vedo legata da un nastrino alla maniglia della porta una busta. Altre volte avevo trovato messaggi o comunicazioni che la portinaia in genere infilava sotto la porta per essere sicura che mi arrivassero. La busta, di colore rosa, era chiusa. L’aprii con le mie dita verdi. C’era un foglio con un ornato di fiori delicati disegnati a mano. Cercai la firma. Non c’era.
“Ancora non ti sei reso conto che ti voglio bene?”.
Chi poteva essere? In quel momento non ebbi assolutamente l’idea di indagare tra i volti di alunne o colleghe, ebbi piuttosto l’impressione che quella lettera fosse caduta dal Cielo.
Mi distesi sul letto. Ripassai la lunga giornata, il fallimento del mio intervento, sentivo il belato delle insaziabili caprette. Anche il volto della collega, viola per la rigidità delle sue convinzioni, mi provocò una certa compassione. Forse le capre sanno quale erba cura l’invidia, come avevano curato la mia rabbia.
E poi la dichiarazione d’amore! Io non so immaginare gli angeli, ma in quel momento li immaginai come dei postini nascosti dentro le nuvole che fanno cadere dal cielo, al momento opportuno e all’indirizzo esatto, messaggi che aiutano il destinatario a guardare oltre le parole.
La mattina seguente, prima di andare all’università, passai dal mercato per chiedere alle donne che venivano dai villaggi, scarti di verdure. Ne raccolsi due bei sacchi di plastica. Le caprette meritavano.
Arrivai all’università accolto dal saluto solidale dei colleghi. Raggiunsi la stanza del mio capo. Ispezionò la mia faccia, sorridendo guardò verso le mie tasche. No, non avevo armi. Un sorriso soddisfatto e benevolo sottolineò la stima che ci legava e ... la vittoria del buon senso. Lui non mi chiese nulla. Che cosa avrei potuto dire? Forse delle caprette, sì, avrei avuto da raccontare, ma non dentro l’università! Le caprette sono illetterate.


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Foto mia, illustrazione di Valerio Spinelli
in Città Nuova online, 23/04/2010 e CN  n° 8/2010

venerdì 23 aprile 2010

Ancora GRAZIE!


Dopo la pubblicazione di 
Una goccia d'oceano
per un attimo risplende, 
è sola.
Il suo splendore la rende sola.

Marcello, un amico ritrovato attraverso il blog, è stato il primo a lasciare il commento:
La goccia che compone l'Oceano tale non sarebbe se non per il Sole che la illumina, la fa' splendere e la fa' evaporare per poi ricomporla nuovamente in pioggia. Un ciclo continuo, un dare ed avere.
Anche noi siamo come le gocce d'acqua, la nostra vita brilla se sappiamo riflettere il Sole, ma il nostro passaggio rimane ugualmente scolpito nel tempo.
L'importante e' dare un senso all'inevitabile "evaporazione" per la ricongiunzione con tutto l'Oceano.
Anche Luisa, ringraziandomi, precisa:
Penso che non sia tanto importante la goccia quanto l'Oceano di cui fa parte integrante insieme a miliardi e miliardi di gocce e penso che la scelta di amare non renda soli, in quanto non potrebbe avvenire se non come conseguenza della scoperta di essere stati e continuare ad essere amati in ogni singolo istante della nostra vita!
Nicodemo, (l’amico del blog che consiglio) commenta:
Ogni goccia riflette la luce del sole, ognuna in modo diverso ed in tempi diversi.
Fondamentale sentirsi insieme ad altre gocce, così formiamo il "mare del popolo di Dio".
E' bello sentirsi Chiesa insieme ai tanti popoli che abitano nel mondo, che sono certo diverse da me; possiamo dire di assomigliarci come gocce d'acqua grazie al dono della fede, a cominciare dal battesimo (anche qui acqua !)
Carla mi scrive: In una frase una tremenda verità! La solitudine è il prezzo della luce da dare agli altri. È il mistero dell’amore. L’antica realtà dell’annullarsi. Sono madre e parlo come madre. L’amore che genera la vita ha un prezzo altissimo, ma un valore e uno splendore unico.
Bruno scrive:
Ti conosco attraverso quello che scrivi. Se questa poesia rispecchia la tua vita, capisco che la tua luce è la tua solitudine.
A quel punto ho scritto nel blog com’era nata l’idea della goccia e formulo un augurio per il quale la prima a ringraziare è Giovanna, anche lei di un blog che consiglio.
Anna, del blog di Nicodemo, allora lancia il suo dardo di luce:
La cosa straordinaria delle "piccole gocce nell'oceano" è che cambiano definitivamente l'oceano che non è più quello di prima (che cadesse la "goccia") e non è ancora quello di dopo (quando la "goccia" si integra totalmente nell'acqua).
Né la goccia, né l'oceano sanno di questa "trasformazione", ma esiste e lo sanno tutti gli organismi viventi di questo oceano che - grazie a quella goccia - hanno nuovo ossigeno, nuovo alimento.
Se mettiamo l'oceano=giornata e la "goccia d'acqua"=un nostro gesto vedremmo e sentiremmo questa differenza, questa "sferzata" di energia.
Succede, però, a volte che la goccia si senta "inutile" in tanto oceano, vorrebbe fare di più, dare di più e invece ...
Invece, alla "goccia" (che non ha voglia di deprimersi) viene in mente di ...  "chiamare le sue sorelle e mettersi tutte insieme dentro un bicchiere, portato da una mano (collegata con un cuore) e ... allora si accorge che tante "gocce" possono far nascere il fiore del sorriso, del grazie, del far sentire il prossimo parte di noi ... Così, la piccola goccia con idee geniali, ha trasferito l'oceano della consolazione nella vita altrui ..."
Sai, Tanino, credo che sia la stessa cosa dell'Eucarestia ... credo che sia la stessa logica che - magari - non rimuove il problema del momento, ma di certo aiuta a superarlo e mostra nuove ed impensabili vie per fare di un "problema", un'occasione di miglioramento sia spirituale che concreto.
Spesso, anch'io ho la sindrome della "goccia d'acqua" che ha tendenze tristi ... ma c'è sempre in giro qualche "sorellina" che non ne vuole sapere di vedere gocce tristi e gioca la carta dell' "stiamo insieme e stiamo unite".
Non hai porto solo un bicchiere d'acqua, hai "acceso" il sole di quella giornata alla tua collega.
 

Conclusione mia:
Non immaginavo che il blog mi potesse rendere così ricco. Non si tratta solo di amicizia ritrovata, come Marcello, ma del bene che ciascuno è. Mi sembra che il blog sia un lotto di cielo dove ciascuno può lanciare la propria pietra che, per incanto, si accende in stella per molti e molti. Grazie!


Foto mia