venerdì 7 dicembre 2012

La sposa di fuoco: 7 dic. 1943



Una notte, come questa,
sessanta anni fa,
nessuno sapeva che in un punto della terra
una donna stava correndo al luogo del “sì”.
Chi era lo sposo?
Unica testimone, la Chiesa.
L’abito nuziale
aveva il colore della pioggia e del vento.
Lo sposo non aveva un cognome da donare alla sposa:
le prometteva un regno nascosto
dove il dolore diventa gioia,
la tenebra si muta in luce
e dove ogni odio sbiadisce al calore dell’amore.
Nessun invitato,
nessuna firma oltre ad una lacrima,
nessun pranzo nuziale.
Un diadema, sì, quello c’era:
tre gemme rosse,
come garofani accesi,
stemma della famiglia.
Oggi,
milioni di testimoni e invitati
festeggiano lo sposalizio segreto.
Lo sposo porta alla sposa la lacrima diventata diamante.
E lei cosa gli porta?
Ha in mano tre gemme accese la cui fragranza,
che va e che viene,
inebria i popoli.
Poi apre i suoi occhi
e lo sposo vi vede un’acies di fuoco.
Nell’universo c’è un fremito:
dove la sposa guarda,
le ombre si diradano,
fuggono, svaniscono
e i pezzi sparsi compongono una casa
grande come il mondo.


La notte del 7 dicembre 2003
ricordando con commozione
il "sì" di Chiara Lubich a Dio,
un "sì" che aveva generato anche la mia vocazione,
ho composto questo
segno di gratitudine immensa

giovedì 6 dicembre 2012

La vita... una scala

Nella sala di attesa di un ambulatorio medico eravamo molti in attesa. Ognuno aveva qualcosa di cui lamentarsi: il tempo cane, i politici corrotti, la scuola che non insegna, i negozianti, le strade piene di buche…


Una signora anziana, che quando era arrivata avevamo dovuto aiutare a sedersi e a sistemare le stampelle, segue le chiacchiere e sembra si diverta. Dopo aver ascoltato il giro di valzer delle lamentele, disse: “La vita è una scala e non dobbiamo dimenticare che i gradini bisogna salirli. Non si appiattiscono con le nostre lagne e bestemmie”.
Silenzio. L’aria è già cambiata. Allora la signora cominciò a dire che anche dal dolore, soprattutto dal dolore si impara qualcosa “e queste sale d’attesa potrebbero diventare le redazioni dei giornali che formano la gente!”
A quel punto non poteva mancare un applauso. La vecchietta sorrise.   

lunedì 3 dicembre 2012

La Fede



“Quella vecchietta cieca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse: - Se la strada nun la sai,
te ciaccompagno io, ché la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò 'na voce,
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce…
Io risposi: - Sarà … ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede … -
La cieca allora me pijò la mano
e sospirò: - Cammina! - Era la Fede”.

 

Trilussa, (Carlo Alberto Salustri)  
1871-1950, poeta romano

sabato 1 dicembre 2012

Parola di Vita Dicembre 2012



«A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» 
(Gv 1,12)

Ecco la grande novità annunciata e donata da Gesù all’umanità: la figliolanza di Dio,
diventare figli di Dio per grazia. Ma come e a chi viene donata questa grazia?
«A quanti lo accolsero» e a quanti lo accoglieranno nel corso dei secoli.
Occorre accoglierlo nella fede e nell’amore, credendo in Gesù come nostro Salvatore.
Ma cerchiamo di capire più in profondità cosa significhi essere figli di Dio.
Basta guardare a Gesù, il Figlio di Dio, e al suo rapporto con il Padre: Gesù pregava il Padre suo come nel “Padre nostro”. 
Per lui il Padre era “Abbà”, cioè il babbo, il papà, cui egli si rivolgeva con accenti di infinita confidenza e di sterminato amore.
Ma, giacché era venuto in terra per noi, non gli è bastato essere lui in questa condizione privilegiata. 
Morendo per noi, redimendoci, ci ha fatti fi gli di Dio, sorelle e fratelli suoi, e ha dato anche a noi, tramite lo Spirito Santo, la possibilità di essere introdotti nel seno della Trinità. 
Cosicché anche a noi è stata resa possibile quella sua divina invocazione:
«Abbà, Padre!»: “papà, babbo mio”, nostro, con tutto ciò che essa comporta: certezza della sua protezione, sicurezza, abbandono al suo amore, consolazioni divine, forza, ardore; ardore che nasce in cuore a chi è certo di essere amato.
«A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio».
Ciò che ci fa uno con Cristo e con lui figli nel Figlio è il battesimo e la vita di grazia che ci viene da esso.
In questo passo del Vangelo c’è, inoltre, una parola che svela pure il dinamismo profondo di questa “figliolanza” da realizzare giorno dopo giorno. 
Occorre, infatti, «diventare figli di Dio».
Si diventa, si cresce come figli di Dio, con la nostra corrispondenza al suo dono, vivendo la sua volontà che è tutta concentrata nel comandamento dell’amore: amore verso Dio e amore verso i prossimi.
Accogliere Gesù significa, infatti, riconoscerlo in tutti i nostri prossimi. 
E anch’essi potranno avere la possibilità di riconoscere Gesù e credere in lui se nel nostro amore per loro scorgeranno un tratto, una scintilla dell’amore sconfinato del Padre.
«A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio».
In questo mese, in cui ricordiamo specialmente la nascita di Gesù su questa terra, cerchiamo di accoglierci reciprocamente, vedendo e servendo Cristo stesso gli uni negli altri.
E allora una reciprocità di amore, di conoscenza di vita come quella che lega il Figlio al Padre nello Spirito, si instaurerà anche fra noi e il Padre, e sentiremo affiorare sempre di nuovo sulle nostre labbra l’invocazione di Gesù: «Abbà, Padre».
Chiara Lubich                

Pubblicata su Città Nuova n. 22/1998.