Molti anni fa in famiglia parlavamo di vari argomenti. La
nonna, che per tutto il tempo aveva ascoltato in silenzio, disse: “Figli miei,
si dice che i tempi sono cambiati. Cosa potrei dire io? Nella mia vita ne ho
visto tante. Situazioni peggiori di quelle di oggi: povertà, guerra, violenze
di vario tipo, mancanza di libertà… Eppure siamo andati avanti. Forse quello che
mi ha sempre aiutata è stata la speranza. Le difficoltà ci sono state e ci
saranno sempre, come le gioie. La cosa importante è non uccidere la speranza”.
Quelle
parole mi sono rimaste dentro. Ci ho pensato e ripensato. Ho visto che
giornali, tv, sembra che abbiano lo scopo di mostrare come tutto vada male. Il
tradimento, la trasgressione sono segnali di libertà raggiunta. Parlare di
futuro oscuro pare sia la vera trovata giornalistica.
Mi
chiedo: cosa posso fare io? Ripensando a mia nonna mi sembra di capire che il
suo segreto era il modo come accettava e viveva le situazioni della vita. Di
fronte ad un dolore non si ribellava ma raccoglieva le sue forze e pregava.
Ora,
dopo anni, capisco che la speranza è come una pianta. Va nutrita, custodita. Richiede
un impegno.
Come
prima cosa cerco di non vedere negli altri soltanto il negativo. Ho notato che
se guardo l’altro senza giudicarlo, tenendo presente quanto costa far
bene, lui è aiutato a fare meglio.
Ho
pensato che se questo succede a me, come singolo, potrebbe succedere anche in
un gruppo.
Non
è facile, lo so. Ma se incomincio, anche con piccoli passi, qualcosa si
muoverà, prima o poi.