lunedì 7 dicembre 2009

La sposa di fuoco




Una notte, come questa,
sessanta anni fa,
nessuno sapeva che in un punto della terra
una donna stava correndo al luogo del “sì”.
Chi era lo sposo?
Unica testimone, la Chiesa.
L’abito nuziale
aveva il colore della pioggia e del vento.
Lo sposo non aveva un cognome da donare alla sposa:
le prometteva un regno nascosto
dove il dolore diventa gioia,
la tenebra si muta in luce
e dove ogni odio sbiadisce al calore dell’amore.
Nessun invitato,
nessuna firma oltre ad una lacrima,
nessun pranzo nuziale.
Un diadema, sì, quello c’era:
tre gemme rosse,
come garofani accesi,
stemma della famiglia.
Oggi,
milioni di testimoni e invitati
festeggiano lo sposalizio segreto.
Lo sposo porta alla sposa la lacrima diventata diamante.
E lei cosa gli porta?
Ha in mano tre gemme accese la cui fragranza,
che va e che viene,
inebria i popoli.
Poi apre i suoi occhi
e lo sposo vi vede un’acies di fuoco.
Nell’universo c’è un fremito:
dove la sposa guarda,
le ombre si diradano,
fuggono, svaniscono
e i pezzi sparsi compongono una casa
grande come il mondo.

La notte del 7 dicembre 2003
ricordando con commozione
il "sì" di Chiara Lubich a Dio,
un "sì" che aveva generato anche la mia vocazione,
ho composto questo
segno di gratitudine immensa

sabato 5 dicembre 2009

domande

Caro Tanino, ho accompagnato all’aeroporto il “mio” ragazzo. Da qualche tempo si trova in Inghilterra sia per la lingua che per guadagnare qualcosa. Volevamo così accelerare i tempi per poterci sposare.
Stavolta, però, non è stato facile stare accanto all’uomo che ho immaginato come compagno di vita. L’ho sorpreso pensieroso, lontano, insicuro.
Mi ha detto che negli utimi mesi, lavorando in una parrocchia, aiutando bambini e vecchi, ha pensato che sarebbe bello vivere per gli altri, totalmente. Non avere altri progetti se non le necessità degli altri ed ha pensato che ciò sia segno di una chiamata al sacerdozio. Parla di Dio come primo e vero amore.
È possibile una tale trasformazione? Follia quello che abbiamo vissuto finora?
E io? Non conta il mio esistere?
Certo non mi metterò a concorrere con Dio, se Dio è colui che mi sta togliendo il compagno, ma sento di essere sull’orlo di un burrone. Sandra B.

Sandra, ti capisco. Siamo tutti sull’orlo del burrone, ma…
Accettare il mistero, l’inconoscibile, l’imprevedibile è una grande opportunità che hai. Il tuo ragazzo si è trovato vicino al mistero ed ha intuito che forse ci sono altri modi di dare senso alla vita, oltre ai programmi già fatti.
Quello che avete vissuto è stata la via per arrivare a questo punto e anche tu sei stata un aiuto necessario.
Ora puoi entrare nella dimensione dove il tuo ragazzo è entrato.
Forse lui ha bisogno più che mai di essere capito, soprattutto da te.
Sii madre e non soltanto donna.



Mi chiedo che sensazione si provi dinanzi ad una cascata di contatti sempre più numerosi ed entusiasti come quelli che ricevi su CN e sicuramente da persone che neanche ti conoscono. (…)
Ora mi fai compagnia dappertutto: nel film dei ricordi, nelle cose che mi doni via mail, nelle preghiere, sul Blog e sulle pagine di CN e se penso che Lui mi ha offerto anche la tua fraterna amicizia e la tua generosa stima, non credo di avere niente di simile per contraccambiare e Lui e te.
Luisa

La mia risposta è che continuo a stare alle indicazioni del “Regista”. E sono veramente contento. Anche la gente che mi scrive è parola Sua. Ringraziando te, so che sto ringraziando il Regista.



...piango ascoltando della condanna di due ragazzi da parte del tribunale di Perugia, chissà se hai seguito la triste vicenda..mi immedesimo nei loro sentimenti, in quelli dei genitori, dei fratelli.
Perchè condannare, se c'è la certezza che, ammesso che siano colpevoli, non faranno più del male?
Colpevole: chi di noi non lo è, chi non potrebbe esserlo stato?
Basta un attimo di trasgressione...quante volte si può uccidere un'anima, senza che nessuno poi ci condanni, senza che ne restino tracce, neppure un rimorso.
Dimmi qualcosa, Tanino, ma forse è già tutto scritto in Dostoevskij... Rita

Il tuo pianto fa andare avanti l’umanità. I ragazzi condannati rivelano che sono orfani. Un sortilegio malefico frammenta la conoscenza della verità e non sappiamo vedere l’origine dei mali. Le case sono vuote di padri e di madri, le scuole sono vuote di maestri, le istituzioni sono asini che mangiano la paglia che trasportano. Ricucire gli strappi è possibile. Ma non è una formula. È il tuo pianto che rende possibile ricucire ogni strappo.

Arcabas: il figliol prodigo

Il segreto di candela Manuela


-->
Il teatro fu presto pieno. Il regista seguiva ogni passo, dirigeva ogni gesto. Ulisse, il prestigiatore, portò in scena un tavolo coperto da una tovaglia di velluto nero e una scatola dove teneva le carte, il cilindro, il coniglio e poi metri e metri di nastri colorati. Portò anche un lucente candelabro con tre grandi candele per illuminare il gioco.
In sala tutti stavano ad aspettare. Gigi con lo zufolo intonò il pezzo più bello che gli aveva insegnato il vento, mentre il piccione, al giusto ritmo, batteva su un tamburo che rimbombava bene, mentre il regista batteva le sue dita sui braccioli della sua poltrona.
Ulisse, con grande maestria, accese un fiammifero e subito ci furono applausi, gioia e attesa. La prima candela si accese subito e anche la seconda. La terza, che era molto vanitosa, vedendo che il fuoco cominciava a consumare le altre, non volle accendersi. Invano il prestigiatore strofinò altri fiammiferi. Niente da fare. La candela non si lasciò accendere. La seconda, vedendo con quale rapidità il fuoco mangiava la cera, si spense presto. La prima, unica rimasta a far luce era felice di aiutare il prestigiatore a dare gioia agli spettatori. I giochi, uno dopo l’altro, avevano ormai attirato l’attenzione del pubblico.
Nella sala il silenzio divenne così denso che tutti potevano sentire cosa stavano dicendo le candele. Quella scena non era prevista. Il regista era sorpreso.
La terza diceva: «Non vedete come il fuoco consuma? Di voi cosa rimane? Io sono rimasta intera e tutti possono vedere quanto sono bella e colorata! Vedrete che applausi riceverò».
La seconda, rimasta mezza bruciata e mezza no, era addolorata di non essere più intera. «Vedrete che mi farò ricostruire, più bella di prima. C’è un istituto di bellezza che fa miracoli!»
La prima era quasi alla fine, non aveva forza di ascoltare quello che dicevano le altre, ma era felice. Il piccione, allora, prese quell’ultimo pezzo di candela e in fretta volò ad accendere i lumi della sala e dei palchi. Acceso l’ultimo lume, la candela era già tutta consumata. In quel momento finirono anche i giochi.
Un grande applauso riempì la sala. Le due candele rimaste sul candelabro continuavano a fare inchini di ringraziamento, ma quando la sala si accorse di loro, l’applauso si trasformò in fischi e pernacchie e improperi. La candela mezza bruciata, quella poco coraggiosa, per la vergogna di non essere intera e bella divenne rossa. La terza, quella vanitosa, pensò che a lei toccasse il successo della serata perché era bella, intera, artistica, elegante, raffinata. Era convinta che gli applausi li meritasse soltanto lei. Era commossa del suo raro splendore. Ma Ulisse, senza nessun rispetto per la sua bellezza la buttò nel sacco dell’immondizia in mezzo a cartacce, torsoli di mele, fazzoletti di carta sporchi: «Tu non servi a nulla, brutta candela del diavolo, l’altra forse si accenderà, la tengo per un altro spettacolo!»
In sala tutti i personaggi, dai loro posti osservavano la scena. Poi il sindaco andò sul palco e disse:
«Parlo a nome di tutta la città. Stasera, voi candele, ci avete dato una grande lezione. Veramente una candela che non brucia non serve a nessuno. Chi brucia a metà forse può ricominciare. Ma la candela che si è consumata è lei che ci ha permesso di vedere i giochi e ci ha fatto capire che soltanto facendo luce ha dimostrato di essere candela, di fare l’unica cosa che sapeva e poteva fare. La cosa più importante della vita è capire cosa ha bisogno chi ci sta vicino e forse noi e soltanto noi abbiamo la possibilità di realizzarlo. La luce che non fai è gioia che non hai».
Gigi quasi senza accorgersene riprese a soffiare nello zufolo e tutti si alzarono e si misero a danzare con grazia ed eleganza. Sembravano onde del mare, fronde di alberi in festa, fiori dolcemente mossi dal vento. Quella musica aveva creato un tale silenzio e una tale bellezza che il regista si rese conto di non aver mai diretto scene così perfette. Era bastata una melodia?
Ulisse allora tirò fuori dalla sua scatola tutti i nastri colorati che presto si allungarono su tutta la sala e su tutti i palchi e da lì nei corridoi, per le scale, la gente uscì per le strade della città. La sfilata invase le vie come un ruscello. Ogni finestra si aprì e presto tutti gli abitanti della città furono sulle strade a fare festa.
«Che musica! Sembra di conoscerla da sempre!»
Il regista che assieme a Gigi seguiva lo spettacolo dal balcone disse: «Non ho mai diretto una scena così bella e così vera. Come sanno danzare bene! Come sono belli tutti!››.
Allora Ulisse, aprì un’altra scatola di nastri d’argento e d’oro e li lanciò dall’alto. Velocemente quei nastri riempirono le vie della città e alla luce della luna lanciavano riflessi sui monti e oltre, mentre Gigi commosso li accompagnava con la melodia che il vento gli aveva insegnato. La notte fu ricamata da un meraviglioso disegno di luce.


Favola trasmessa dalla TVLUX slovacca il 29 e 30 nov. scorso. Appena avrò fatto fare il doppiaggio in italiano la inserirò nel blog.
Acquarello di Eva Sladeckova

venerdì 4 dicembre 2009

Volo nazionale



-->L’aereo decolla, le hostess eseguono quello che l’altoparlante dice in due lingue. Recitano con gesti uguali e puntuali i suggerimenti di come allacciare e slacciare la cintura, come gonfiare il salvagente, come comportarsi in caso di necessità. Un bambino ripete i gesti delle hostess. “Voglio il salvagente!” grida alla mamma.
Un signore che siede accanto a me, dal portamento atletico, stile casual, sbuffa: “Tutte storie! Nessuno si è mai salvato con questi consigli. È un gesto scaramantico”. Inizia con lui una chiacchierata generica. Durante un silenzio apro l’agenda dove ho appuntato il programma che mi attende. Con la coda dell’occhio scorgo nel corridoio dell’aereo l’hostess che avanza molto lentamente. Vedo che sta aiutando un’anziana signora. La tiene per mano come fosse una bambina e lei si aggrappa all’elegante hostess con tutte e due le mani. È una vecchietta mezza cieca evidentemente disorientata da un viaggio forse non usuale per lei.
Chi mi sta seduto vicino mi fa cenno di osservare l’hostess: “Ma non è quella di prima? Che strano, non avrei mai pensato che una tale bambola potesse avere tratti di maternità. Sconvolgente!”.
La signora che occupa il posto vicino all’oblò interviene: “Un giorno nella metropolitana di Roma è salito uno zingaro musicante con una bambina piccolissima che lui mandò in giro a raccogliere soldi. Quella bambina era talmente bella e talmente piccola che ha sciolto l’aria di diffidenza e fastidio che si era dipinta sui volti attorno”.
Al vicino viene in mente che una volta stava attendendo il suo capo alla fermata di un bus e l’impazienza si era già impadronita di lui. Lo sguardo gli cade sul tram che si stava mettendo in movimento e scorge un giovane che prontamente si stava alzando per cedere il posto ad un anziano. “Quel gesto ha messo a nudo la mia impazienza. Anche la persona che attendevo era anziana e potevo anch’io fare un gesto cortese, quello di non fargli pesare il ritardo”.
“Quanti gesti emanano pace o quanti aumentano le tensioni! ‑ Pensai.‑Eppure forse mai sapremo fin dove agiscono i nostri comportamenti, come quel ragazzo sul tram che non sa nemmeno cosa ha prodotto il suo gesto”.
Il vicino, quasi leggendomi il pensiero, dice: “Chissà quante di quelle milioni di cose che facciamo producono effetti di cui mai avremo riscontro, come un sasso che butti nell’acqua e le sue onde si allargano, si allargano! Mi chiamo Marco”, dice porgendomi cordialmente la mano. “Piacere, Gaetano!”. “E io sono Francesca!” si fa avanti spontaneamente la signora.
Il mare bianco di nubi sotto di noi ci faceva sentire leggeri e veloci. Quando l’hostess viene a offrirci le bibite Francesca dichiara di essere medico e si offre, se ce ne fosse necessità, di fare qualcosa per quella donna che prima aveva accompagnato. L’hostess accoglie subito l’offerta perché sembra che la vecchietta sia stata colta dal panico. Francesca si alza senza prendere nulla di quanto le veniva servito, prende invece una borsetta dal ripostiglio sopra di noi. “Mi porto sempre dietro il mio pronto soccorso!”.
“Che strano mondo ci tocca abitare! - esclama Marco. - Ciascuno di noi è assetato di fare il bene, ma ha paura. Perché? Teme di perdere qualcosa? Osservando il vivere degli uomini mi sembra che il bene che ogni volta facciamo si assomma al bene fatto prima, non si perde. E tu che ne pensi?”.
Cerco nelle mia vita quei fatti che sorreggono le mie convinzioni.
“Anch’io sono convinto che il bene si assomma al bene mentre il male si corrode in se stesso. Sono credente e come tale penso sia determinante il valore che si dà agli altri, ad ogni altro. Una sera alla fermata di Piazza Mosca a Budapest, salì sul tram dove viaggiavo, un barbone. Accanto a lui si fece il deserto. Non era facile restargli vicino. Lo aiutai a sedersi. Era ubriaco. Quando fummo ad una certa fermata, dopo avermi chiesto conferma della stazione, si alzò, come potette, per dirigersi verso l’uscita, ma girandosi verso di me, barcollando, mi si fece vicino e, fissandomi con due occhi che riflettevano un cielo lontano, compose il gesto di un abbraccio. L’alcol evidentemente non gli aveva impedito di percepire che lo avevo rispettato. Da allora, anche con un certo impegno, ho imparato a non lasciarmi condizionare dalle esperienze già fatte, sia positive che negative e di mettermi di fronte ad ogni persona, ad ogni evento come se non sapessi nulla. Questo esercizio mi ha insegnato non solo a scoprire e ad apprezzare gli altri ma anche a vedere di cosa io stesso sia capace. Ho letto che il fenomeno della fata morgana si spiega perché nella nostra mente abbiamo delle forme che applichiamo a quei raggi luminosi che rifrangendosi ci raggiungono attraverso l’atmosfera. Praticamente noi vediamo soltanto quelle forme che già conosciamo. È un miraggio. Tante volte ho notato che più che cercare di conoscere una persona per quello che è mi lascio condizionare da quello che già so, dal miraggio”.
Francesca ritorna quando sente l’annuncio di riallacciarsi le cinture perché inizia l’atterraggio e ci racconta che la vecchietta aveva attraversato l’Atlantico. Ora da Roma tornava in Sicilia. Era andata ad assistere un figlio morente che, emigrato negli USA, non era mai tornato in Italia. Dolore per il figlio, disorientamento per questo suo primo viaggio fuori dal suo paesino.
“Si è distesa dopo un bel pianto. Ho pianto con lei. Basta così poco per scoprire che siamo uguali! Se si sapesse quanto bisogno abbiamo l’uno dell’altro le cose andrebbero diversamente”. Così diceva Francesca guardando fuori dal finestrino.
Anch’io con Marco sbirciamo. La Sicilia sembrò attenderci in festa. Saremmo rimasti ancora a volare.


Città Nuova, 22/2006
Foto di Attila Adam

sabato 28 novembre 2009

Dicembre 2009











“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16).

Difficile strada di montagna. Guido la macchina di un amico anziano. Lui conosce queste stradine e lo vedo da come, con la mano, fa segni di rallentare, accelerare, procedere con prudenza. Con la coda dell’occhio seguo quei gesti, talvolta appena accennati. Metto tutto il mio impegno per riuscire a essere in perfetta sintonia per guidare esattamente come l’amico condurrebbe la vettura. Lo immagino come un direttore d’orchestra e provo un’immensa felicità quando riesco a eseguire perfettamente il pezzo.

La sera mi telefona Massimiliano, un frate di un antico convento. Da qualche tempo il rapporto con il suo superiore si è fatto difficile e mi dice che non ha più forze per sopportarlo e quindi ha deciso di lasciare la strada intrapresa.
Gli racconto del direttore d’orchestra e mi accorgo che il suo silenzio si è fatto denso. Poi mi dice: “Forse il mio errore è stato di avere atteso qualcosa da parte del superiore ma lui non può suonare il mio strumento, non può sostituirsi a me. Lui può soltanto aiutarmi a essere in armonia con gli altri! Devo riappropriarmi del mio strumento, cioè della mia responsabilità e mostrare il mio talento nell’armonia dell’insieme”. Massimiliano piange.

Finita la telefonata, mi rendo conto che un’idea nata da un gesto d’amore ha liberato un raggio di luce che qualcuno, da qualche parte, attendeva.

Città Nuova, L'arte del direttore d'orchestra, 7/2009

mercoledì 25 novembre 2009

Il dormiveglia del condannato




Tutte le volte che torno ad Agrigento, la città dove riposano i miei morti, mi stupisco nel vedere sui volti dei conoscenti le devastazioni compiute dal tempo. Sfregi di vario grado che la giacca alla moda o la tintura dei capelli non corregge.
Vedo anche bellezze non conosciute che si affacciano fresche sulla scena e rivedo in loro il mio carico entusiasmo, le mie stesse ingenue legittime speranze di un tempo.
Mi girano nella testa alcune canzoni che ho ricevuto per Natale da Maurizio, un vecchio amico. Ha raccolto in un CD le mie canzoni preferite, quelle ardite dei cantautori coraggiosi degli anni Sessanta e Settanta che cantavamo insieme accompagnandoci con la chitarra, quelle canzoni dove la parola è incoraggiata dal suono e diventa poesia che fa breccia nel mondo dei sogni. Sogni lontani, mai raggiunti in tutta la loro estensione. Scadenza oltrepassata oppure da attendere ancora?
La musica ha il potere di trattenere il tempo, dicevo a Maurizio quando l’ho ringraziato del dono. E lui “più che trattenere il tempo, la musica ha il potere di far riemergere il vissuto”. Ma dove riposa il vissuto?
La canzone che canticchiavo mi riportò alla passeggiata domenicale dei miei sedici anni, onde che vanno e che vengono, cavalloni alti sulla punta del cuore e vestiti nuovi o stirati bene. Una scena che si ripeteva dentro il budello della Via Atenea o lungo il palco del Viale della Vittoria.
Oggi il viale, con una comoda strada in discesa, mi sta portando fino al cimitero dove molti sguardi che un tempo scintillavano ora sono fissati per sempre su lapidi più o meno lucidate e il mio andare in mezzo a lapidi antiche e nuove è popolato da un silenzio acuto, insostenibile. Una lacrima che secca prima di cadere.
Le domande, forse per una loro forza scaramantica, non arrivano a traboccare dal cuore carico di smarrimento. Temono di non atterrare su nessuna risposta. Passeggio col mantello del silenzio che senza pesare mi cade addosso perfettamente. Il mantello portato da mio padre, da mio nonno… Ho raggiunto la statura del loro tempo che una volta mi sembrava irraggiungibile.
Mi distrae un profumo troppo forte per quel luogo, un maquillage dissonante col grigio dei marmi, più finto ancora dei fiori di plastica che non vogliono marcire. Non mi distrae un grido disperato mescolato a fiori freschi e non è dissonante la povertà di un vestito fuori moda o sbiadito dall’uso. Questo è un luogo sicuro, pregno di verità e giustizia.
Incontro un amico. Non mi riconosce. Da come guarda vedo che il suo orizzonte si è spostato oltre il reale. Parlo con la moglie e lui mi scruta come un bambino osserva un nuovo giocattolo. Poi in quegli occhi mi rivedo e mi ritrovo. Non dico nulla, se il pensiero dovesse rivelarsi mi metterei a gridare e piangere. Lui, cercando nei miei occhi purificati dal dolore, mi rivela un segreto:
“Siamo dei condannati a morte, siamo stati sempre condannati a morte. Non lo sapevamo, la forza dei sogni ci offuscava la vista e non sapevamo leggere il foglio di condanna. La vita è un dormiveglia sterile. È ora di svegliarsi!”
Dissi qualcosa come domanda. Lui molto serio, guardando oltre la spalla disegnata dal mio mantello, aggiunse: “se non siamo capaci di svegliarci, cerchiamo di dormire”.
Distolto lo sguardo dalle mie mani che volevano afferrare le sue, aveva già dimenticato che ero davanti a lui. La moglie prese subito la direzione del passo del marito. Non avevano altro tempo, non erano interessati a sapere nulla della mia vita. Avrei avuto da raccontare. Ma cosa raccontare a chi si è sciolto da ogni legame?
Li vidi allontanarsi sulla striscia del vialetto incorniciata dal verde scuro dei cipressi. Quegli alberi austeri come monumenti puntavano in alto e presero con loro il mio sguardo verso un cielo che insolitamente prometteva pioggia.



Pubblicato in Città Nuova, 9/2007
Agrigento, Tempio di Giunone, foto di Giacomo Scozzari

venerdì 13 novembre 2009

Libertà


La libertà è lì
dove le cose non contano più
è lì dove non condanni chi ti ha fatto male
è il silenzio dove ti rifugi
non a preparare la tua difesa
no!
ma per rinascere
dalla solitudine di sempre.
Libertà sei tu!
Nessuno può dartela:
ti darebbe la sua idea di libertà.
A nessuno puoi donarla
si può dare amore.
E quando avrai imparato dalla vita
che la vita sei tu
quando ogni uomo sarà per te niente e tutto
quando non darai la colpa dei tuoi dolori a nessuno
se non a te
allora
sarai già nello spazio
dove la vita sposa la morte
che non sarà più la tua nemica
ma un momento del tuo esistere
e...
diventerai capace di morire.

Un amico pittore aveva attaccato il foglietto con queste riflessioni sulla cornice di uno dei suoi molti quadri. Un poeta, oggi noto parlamentare, leggendole, volle conoscermi e mi chiese di scrivere l'introduzione ad una sua raccolta di poesie. La foto è mia.

mercoledì 11 novembre 2009

Giocavamo a nascondino ...



Come fai a descrivere i sentimenti che provi, ben nascosto in una tana, mentre qualcuno è alla caccia di te e sta facendo di tutto per scovarti?
Pensi a tutti i nascondigli più sicuri che ci sarebbero stati. Trattieni il respiro. I passi del lupo si fanno vicini. Chiudi gli occhi. Hai paura di vedere le sue zampe che si avvicinano come un gatto. Anche lui, come te avrà paura di farsi sentire? Sentirà come batte il tuo cuore? E' veramente cattivo?
Vedi allontanare le sue scarpe. Respiri profondamente. Poi lui torna da un altro angolo. Il cuore sta impazzendo, sembra che scoppi. Il sudore fodera il tuo corpo "se almeno quel sudore ti rendesse invisibile!"

Immagini di diventare improvvisamente trasparente, leggero e di uscire dalla tana inosservato , di volare... e nessuno mai, mai ti troverebbe, nessuno ti cercherebbe. No, non sarebbe bello scomparire. Che gioco sarebbe se nessuno fosse in cerca di te?
Un brivido dalla schiena si diffonde per tutto il corpo. Senti bisogni improvvisi. La gola è secca. Vorresti gridare. Senti caldo, senti freddo. Ti fa male lo stomaco. Ti ritrovi sotto il vecchio armadio della nonna con la bocca piena di quella polvere che lei con la sua artrosi non ha potuto raggiungere. Chiudi gli occhi, ti senti più protetto.
Poi silenzio. Il passo pare si sia allontanato. Quasi ti dispiace. Starà cercando gli altri? Anche loro saranno sulle spine come te?

Forse è il momento di respirare a pieni polmoni. Ti sembra di non aver respirato mai così bene. E finalmente puoi aprire gli occhi a tutto tondo. Ancora silenzio. Lunghissimo, interminabile. Dove sarà andato?
Vuoi sfruttare questa tregua per correre al bagno. Guardi la polvere che sul pavimento si arrotola in batuffoli leggeri che si sollevano al tuo respiro caldo e umido. I gatti, come li chiama la nonna, non ti hanno tradito. Poi senti odore di naftalina. Una pallina consumata striscia sul pavimento appiccicata al palmo della tua mano umida.
Meno male che sei così magro da poterti infilare dove nessuno potrebbe pescarti. Ti trascini verso l'esterno. La polvere è appiccicata non solo sui palmi delle mani, ma anche sulla guancia.

Sei libero!

Ma il lupo è stato furbo. E' salito sopra una poltrona per aspettarti. Un salto e sei in trappola. "Preso!".

Il cuore batte forte, il respiro quasi ti manca. Chi ha corso di più, tu o il lupo?
Dopo anni ti rendi conto che ancora stai giocando a nascondino. Con Dio.
E sei felice che lui ti scova e ti acchiappa sempre.

Foto di Attila Adam

lunedì 9 novembre 2009

I comignoli di Via del Cigno
















Nel cuore dell'Europa c'è una grande città. Tra le case accoccolate sulla collina del Castello s'inerpica una strada chiamata Via del Cigno. Tante e tante sono le case e, sui loro tetti, tanti e tanti sono i comignoli.

Di sera, quando tutte le luci nelle case si spengono, i comignoli finiscono di fumare e si ritrovano fra di loro per raccontarsi tutto quello che è successo dentro le loro case.

Quella notte, però, ne mancava uno, Ervin. Era rimasto al suo posto, solo, pensieroso e triste. Molto triste. Quando Gelsomino andò da lui, vide che stava proprio piangendo.

- Che ti succede? Stai male?

- No, non sto male. Sono molto addolorato. La mia padrona, zia Elisabetta, è malata. Non ha più forza di accendere il fuoco. Non si alza più dal letto. Ha freddo, non mangia. E' sola, nessun vicino di casa viene a trovarla.

Intanto si erano avvicinati tutti gli altri comignoli.

- Dobbiamo fare qualcosa! - dissero

- Ma cosa? - si chiesero in coro.

E mentre stavano a pensare, riflettere, discutere, ragionare e ponderare, la neve cominciò a incoronare le loro teste, ma i comignoli erano così sprofondati nei loro pensieri che non si accorsero di essere già tutti coperti di bianco.














- Cosa vi è successo? Sono tornata dopo tanti mesi, e voi neanche un saluto di benvenuto. E io che non vedevo l'ora di ritrovarvi per stare con voi! - disse la neve.

- Cara neve, - spiegò Gelsomino - il fatto è che siamo tutti molto addolorati...

E tutti insieme le raccontarono di zia Elisabetta.

- Vi aiuto io! - disse la neve con voce dolce e rassicurante.

L'indomani la gente nelle case fu felice di trovare la neve. Qualcuno scese subito in strada per spalare e nelle case le mamme si misero ad accendere i camini, perchè faceva freddo. Ma, che strano, il fuoco non durava. Prova e riprova ma i camini non avevano la forza di far uscire il fumo che intanto riempiva le stanze. E fu necessario aprire la finestra, la porta. E questo non successe ad una sola famiglia, ma anche a quelle che abitavano in quella via.

Uscirono tutti sulla strada e tremanti di freddo cominciarono a discutere come risolvere quella strana situazione. Erano anni che non parlavano fra di loro perché ognuno pensava alla propria tranquillità. Così seppero, l'uno dell'altro, tante cose che non sapevano.

A un certo punto si accorsero che qualcuno mancava: la zia Elisabetta.

- Chi l'ha vista?

- Starà male?

- Sono mesi che non la vedo.

- Andiamo da lei!

Bussarono e bussarono alla porta. Poi una voce debole e fioca disse dal di dentro:

- Aspettate un momento, vengo ad aprire.

Zia Elisabetta arrivò con fatica fino alla porta e fu sorpresa nel vedere tutti quei vicini di casa. Lei era pallida, tremava di freddo.

- Cosa posso fare per voi? - chiese con un filo di voce.

-Siamo noi che dobbiamo fare qualcosa per te! - dissero.

E di corsa andarono nelle loro case a prendere legna, coperte, pane, dolci, uova, miele. Qualcuno prese anche un fiore per zia Elisabetta. Ed erano così occupati a pensare a cosa potevano fare per zia Elisabetta, che non pensavano più a loro stessi. E si ritrovarono attorno a zia Elisabetta, davanti al camino acceso a chiedersi perdono, a ridere, a cantare insieme.

Poi qualcuno chiese:

- Come mai qui siamo riusciti ad accendere il camino, mentre da noi...

- Altro che fuoco! - gridò qualcuno della casa accanto.

- E come tirano bene i camini! - esultava la signora Giorgina.

- Anche da noi! Venite a vedere che fuoco! - gioivano i dirimpettai.

In tutte le case scoppiettava felicemente il fuoco nei camini.

Cosa era successo? Era successo che la neve aveva coperto a tal punto i comignoli che il fumo non poteva più uscire, ma quando si accorse che l'amore era tornato nel cuore di tutti, chiamò in fretta il vento e si fece spazzare via, in alto. Il vento per la gioia e la commozione la fece volteggiare sulle case e con essa disegnò un magnifico cigno bianco che volò su tutti i tetti della via e poi si allontanò, chissà dove... forse per andare a raccontare ad altre città la gioia dei comignoli di Via del Cigno.





Illustrazioni di Magdalena Kuchtovà

Favola apparsa anche in:
Nove Mesto, Bratislava, novembre-decembre 2005
Uj Varos, Budapest, decembre, 2007

martedì 3 novembre 2009

Sulle braci della vita




L'ho notata subito nell'affollato ricevimento delle nozze di Elvira, mia collega di lavoro. Dopo essersi servita un sobrio antipasto si era seduta in un angolo e osservava assorta quello che succedeva nella grande sala dell'hotel. Si comportava come se stesse guardando un film. Sola, presente e assente. I suoi occhi, scavati dalla tristezza, erano addolciti da un'inconfondibile saggezza. Era elegante nei gesti, nel vestire, nel modo in cui sedeva. Emanava bellezza e mistero. Aveva un fascino raro.

Elvira mi aveva detto che Milena era una persona importante nella sua vita. Mi presentai. Le chiesi se gradiva qualcosa da bere. Le portai un Martini con ghiaccio. Intanto il piccolo complesso musicale degli amici dello sposo, aveva attaccato la canzone galeotta, Insieme, un successo di Mina.
Milena, per ringraziarmi della premura, mi chiese qualcosa di generico. Quando le dissi che avevo consacrato a Dio la mia vita, sgranò i suoi occhi, mi fissò e mi chiese: "Com'è possibile ipotecarsi tutta una vita per Dio?"
"Penso sia un atto di coraggio. E' maturato in me attraverso circostanze varie. Dal fondo dell'essere è salito in superficie prepotente, deciso, irresistibile. Un atto di coraggio che va riaffermato ogni giorno".
Milena sembrò allontanarsi per correre veloce chissà su quale binario. Poi tornando a me: "La vita, tutta la vita necessita coraggio, talvolta eroico".
Continuammo a parlare anche durante la cena.
"Un atto di coraggio - bisbigliò con un sorriso contenuto mentre guardava nei suoi ricordi. - Il mio grande amore fu un ingegnere romano, che era a Torino per il servizio militare. Un colpo di fulmine che scese nelle radici delle mie ossa. Dopo il congedo lui ritornò a Roma e io cominciai a pensare al nostro futuro. Già mi interessai ad un eventuale trasferimento. Non sembrava difficile. A quei tempi non c'era l'inflazione di insegnanti che c'è ora.

Da parte di Luciano, dopo infuocate lettere d'amore, di foto e promesse eterne, silenzio. Non sapevo cosa pensare. Allora i telefoni non erano come oggi e telefonare significava chiamare una famiglia che ancora non conoscevo. Insomma non ero sicura di poterlo fare. Con la scusa della scuola mi misi in viaggio per Roma. Lo cercai nello studio dove sapevo che lavorava.
Quando mi vide impallidì e, per la prima volta, gli vidi tremare le labbra. Non riusciva a mettere insieme una frase completa. Se non avessi saputo che i suoi erano cattolici, avrei pensato che Luciano era vittima di un maleficio. Non era più quello che io avevo conosciuto. Gli chiesi se voleva vedermi ancora. Ci demmo appuntamento per il giorno dopo.
Andammo ad Ostia. Mi sentivo abbastanza forte da sopportare uno che era divenuto improvvisamente un irritante sconosciuto. Dopo quasi un chilometro di camminata sulla battigia umida, Luciano scoppiò a piangere. Io no. Ero troppo ansiosa di sapere come stavano le cose. Mi confidò, senza mai guardarmi negli occhi, che tornando a Roma aveva rivisto una sua antica fiamma. Erano andati a letto insieme. La madre di lei, che in qualche modo aveva fatto da paraninfa, lo avrebbe denunciato se non avesse sposato la figlia.

Non so dove ho trovato la forza di fargli un sorriso e dirgi che piuttosto di vederlo finire in carcere, era meglio che scomparissi dal suo orizzonte.
Lo salutai rapidamente e tornai indietro senza voltarmi. Stavo scappando. Forse speravo di sentirmi afferrare dalle sue braccia che mi avrebbero svegliata dall'incubo. Sentii soltanto il mio cuore che stava scoppiando. Ripartii col primo treno che trovai. Ero sola nello scompartimento. Le lacrime trattenute sembrava bollissero dentro di me. Tutto divenne nero. L'aria si fece soffocante. Ricordo solo che mi sentii incapace di vivere ancora e corsi verso lo sportello del vagone. Frattura alla gamba e ad un braccio, ferite dappertutto, trauma cranico.
Mia madre mi guardava invelenita. Mio padre non venne mai all'ospedale. Nessuno si fece vivo. Era come se si fossero tutti coalizzati a farmi capire che meritavo una bella punizione. Rifiutai il cibo per giorni e giorni. Volevo morire. Non ebbi più niente da dire a nessuno.
Un giorno, dei medici che non avevo ancora visto, vennero a farmi delle domande. Non avevo niente da aggiungere al mio silenzio ormai abituale. Mentre andavano via urlai così acutamente che tutti tremarono. Finii in manicomio.
Forse per i sedativi che mi somministravano, non ricordo molto del mio primo periodo nel nuovo ambiente. Era come se mi svegliassi a poco a poco e mi rendessi conto di nuove cose: le finestre avevano grate, le porte venivano chiuse a chiave e le suore che si occupavano di me non avevano interesse a conoscere il mio pensiero. Non esistevo più. Sicuramente ci deve essere stata una crisi isterica perchè mi trovai legata su uno di quei letti di contenzione dove sei legato mani e piedi. Anche il mio braccio e la gamba ancora ingessate erano legate. Ero sepolta viva. Una crescente abulia si impossessò di me. Non fui più capace di reagire. Lo psichiatra, se veniva, si rivolgeva alle suore per chiedere di me, comandava quello che dovevano fare con me. Mai una domanda rivolta a me. Ero un corpo, un cadavere. Non avevo più un nome. Avevo forse un numero, lo zero.

Dopo mesi rirpresi a muovermi da sola. Camminavo un giorno nel corridoio quando mi avvertono che c'era una visita per me. Intravidi mia madre e qualcuno dietro di lei. Mi girai veloce verso la mia cella. Non avevo più parenti. E anche per loro era meglio così. Con il tempo nessuno più venne a trovarmi. Ero sola al mondo.
Grazie alla legge 180, nei primi del 1979 sono uscita dal manicomio. Tredici anni buttati al vento. Ma dal dolore, dalla solitudine si impara qualcosa che nessuno insegna. Poi, vedendo la crudeltà della mia famiglia, che pur di non essere disonorata da una figlia suicida, ha firmato per farmi credere pazza, ho capito la logica che sprona tanti a mettere le bombe. Distruggere per distruggere. Questa gente, come la famiglia dove sono nata, è una razza che disonora l'umanità.
Mi accolse una mia cugina, emarginata anche lei perchè ragazza madre. Era una di quelle che avevano fatto le battaglie nelle piazze. Tutta la sua vita era politicizzata. Si era così trovata ad educare un figlio, a dover lavorare per mantenerlo... Lei mi capiva. Mi fece dormire sul divano di un piccolo soggiorno finché non trovai un lavoro di badante che mi asssicurava anche il posto letto.
Quando morì la vecchietta che accudivo, la famiglia del figlio volle tenermi come collaboratrice domestica. Lui era avvocato e riuscì a far luce sulla mia tragedia. Attraverso di lui riuscii a riprendere il mio lavoro di insegnante e a trovare un appartamentino vicino a dove abitavano. Restammo sempre in rapporto ed Elvira, loro unica figlia, è cresciuta più con me che con i genitori.

Luciano si è rifatto vivo dopo 30 anni. Mi fece cercare attraverso il comune. Ci incontrammo al primo bar vicino alla stazione dove arrivò una mattina di inizio estate. Davanti a lui mi sentii come al manicomio. Senza parole. Mi chiese se avevo bisogno di qualcosa. Sarebbe stato meglio non udire quelle parole. Anche stavolta lo vidi piangere.
Seppi del suo infelice matrimonio naufragato presto, delle sue continue ricerche di me. Non so come aveva fatto a sapere che ero viva. Mentre lui attingeva speranza dal suo stesso raccontare, l'abisso tra noi diventava sempre più profondo. Ciò che distanziava le nostre esistenze era la nostra stessa fragilità.
Luciano piangeva. Stupito dalla mia indifferenza restò in silenzio. Come me. Quando mi alzai dal tavolino lui era convinto che avremmo continuato a vederci. Gli raccontai in due parole dov'era ridotta la mia esistenza. Lo salutai senza dare né chiedere recapiti. La città anonima mi avvolse nascondendomi allo sguardo esterrefatto di Luciano. Ora continuo a premere con tutte le forze sulla lapide del passato. I morti non bisogna mai risuscitarli".
Milena finì di consumare con eleganza quanto ci era stato servito. Il suo volto si illuminava solo quando intravedeva Elvira che girava felice tra gli invitati.
"Ho cercato di trasmetterle quel po' di saggezza che la vita, nella sua ferocia, mi ha dato".

Quando Elvira raggiunse il nostro tavolo, abbracciò commossa l'amica e rivolta a me: "Se non ci fosse stata Milena oggi non saremmo qui, non sarei mai sbucata fuori dal tunnel della droga. E' stata lei a insegnarmi a camminare a testa alta sulle braci della vita".


Apparso su Città Nuova, "La saggezza di Milena", 1/2008
Foto di T. Minuta