sabato 30 novembre 2019

Parla un allenatore




Essendo specializzato in matematica, credevo che tutto fosse uguale alla somma delle sue parti, finché non ho cominciato a lavorare con le squadre. Poi, quando divenni allenatore, capii che il tutto non è mai la somma delle sue parti – è maggiore o minore, a seconda di come riescono a collaborare i suoi membri.

Chuck Noll (ex allenatore dei Pittsburgh Steelers)

giovedì 28 novembre 2019

Lo scopo di ogni scrittore








Quello che è lo scopo di ogni scrittore: comunicare un'impressione che non si potrà più dimenticare.

Marguerite Yourcenar 

martedì 26 novembre 2019

Nessuno conosce questa piccola Rosa

Nessuno conosce questa piccola Rosa,
Potrebbe essere un pellegrino
Se non l’avessi presa dai viottoli
e raccolta per te.
Solo un’Ape sentirà la sua mancanza –
Solo una Farfalla,
Affrettandosi da lontano –
per riposare nel suo seno –
Solo un Uccello si meraviglierà –
Solo una Brezza emetterà sospiro –
Ah Piccola Rosa – come è facile
per chi è come te, morire.


Emily Dickinson (1830-1886), poetessa statunitense.

lunedì 25 novembre 2019

È una follia...







È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito.

Antoine de Saint-Exupéry

domenica 24 novembre 2019

Se tratti una persona come...




Se tratti una persona… come se fosse ciò che dovrebbe e potrebbe essere, diventerà ciò che dovrebbe e potrebbe essere.
                              
                                   Johann Wolfgang Goethe

sabato 23 novembre 2019

Nessun uomo è un'isola

Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; 
ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto.

John Donne (1572-1631), poeta e saggista inglese.


giovedì 21 novembre 2019

Ottimista e pessimista







L’ottimista vede la rosa e non le spine; 
il pessimista si fissa sulle spine, dimentico della rosa.

Kahlil Gibran

mercoledì 20 novembre 2019

Una zingara

Un amico mi racconta: 

All’ingresso del mercato una zingara chiedeva l’elemosina. Infastidito e quasi pieno di rabbia ho cercato di evitarla senza guardarla in faccia. 

Dopo aver fatto le mie spese di frutta, non mi ero accorto d’aver lasciato vicino al banco la mia borsa con il computer. La zingara mi segue veloce e mi dice che ho lasciato la borsa dal fruttaiolo. 

Grato e nello stesso tempo pieno di vergogna, la ringraziai con una mancia. Ancora una volta mi sono reso conto che essere guidati dai pregiudizi non mi fa restare nella realtà. 

domenica 17 novembre 2019

L'Autunno delle Nazioni

Ero per studi a Praga, prima della caduta del muro di Berlino. Una collega italiana, in occasione della visita del suo ragazzo, aveva preparato una cena e mi aveva invitato. C’era un altro italiano, Domenico, convinto comunista.
Dopo la festa, per strada, Domenico mi chiese cos’era stata per me la serata. Ho detto tutta la mia gratitudine per la collega che era riuscita a creare un bell’incontro e anche una buona cena. E lui: “La gratitudine non costruisce il futuro. Stasera io ho provato odio. Ci vuole odio verso chi ha qualcosa che tu non hai, per avere quell’energia che ti fa trasformare la realtà. Altrimenti non sposterai la storia neanche di un millimetro”. 
Mentre Domenico seguitava il suo comizio e bestemmiava contro chi poteva permettersi qualcosa che lui non aveva, mi rendevo conto di quanto fossimo lontani. 
Non sono propenso a fare polemiche politiche, perché non mi sento preparato e perché da cristiano ho scoperto altri sentieri che conducono alla verità.  
Ascoltai Domenico con più “cuore” e vidi che ne fu grato. Così ha finito il suo monologo.
Quando poi ho attraversato da solo il Ponte Carlo, quelle statue annerite dal tempo mi sono apparse muti spettatori della triste farsa della storia, un “valzer degli addii” rubando il titolo a un romanzo di Kundera. Quei testimoni del divenire sembrarono spronarmi a immedesimarmi in Domenico per capire cosa ci fosse dietro le sue convinzioni e fargli sentire la mia amicizia, prima di ogni altra convinzione. Quegli anni sono lontani. Per le ideologie non si alza più la voce.
Anche le figure possenti e muscolose dei monumenti del realismo che simboleggiano progresso, libertà, lavoro, sono state rimosse da quasi tutte le città del blocco sovietico. Nella periferia di Budapest hanno trovato pace in un parco che si può visitare come uno zoo di animali preistorici. Vi sono stato anch’io perché un collega curioso del Pantheon comunista mi aveva chiesto di accompagnarlo. Da storico mi aiutava a leggere la retorica che maschera ogni potere. Anche la Roma del fascismo ne è un esempio.
In questo autunno nei Paesi che un giorno hanno costituito l’Unione Sovietica si ricorda il crollo del comunismo. Tre decenni, una generazione. Le celebrazioni hanno il carattere di un album fotografico presentato a chi di quei giorni non sa quasi più niente. Un passato volutamente rimosso oppure sostituito o oscurato da nuovi problemi economici e sociali che invadono quell’orizzonte che una volta era tracciato come il sole che sorge per illuminare e dare inizio a un mondo nuovo. 
Vivevo in Ungheria dagli anni Ottanta, allora paese satellite della Russia Sovietica, e circolavano le scontate battute che miravano a distruggere l’immagine del Paese dominante. Grande silenzio dei media quando, nell’aprile 1986 avvenne in Ucraina il disastro di Černobyl'. Un amico fisico, che aveva strumenti adatti, mi suggerì di evitare ortaggi (in quella stagione già molto scarsi) e di non bere latte. Dell’inquinamento radioattivo si parlava sottovoce. Più che la salute dell’uomo era più importante la facciata dell’Unione Sovietica di cui l’Ucraina faceva parte. Più che la nube radioattiva, il tabù della superpotenza copriva quella parte del mondo chiamata in occidente Oltrecortina. Per la mia attività di traduttore ho collaborato con una regista la quale mi confidò che, anche se era difficile far carriera, non era voluta entrata nel Partito Comunista perché non aveva l'intenzione di far parte della minoranza. Mi resi conto allora che per entrare in un paese straniero non basta un visto, ma è necessaria una chiave che ti permetta di addentrarti nel cuore delle contraddizioni, dei paradossi. In Ungheria, nel 1988 il “pacchetto democratico” aveva favorito le imprese private. Perfino nella lingua era stato coniato un aggettivo che indicava i prodotti di ditte non di stato, autonome. 
Il governo riformista che aveva destituito Kádár, aveva aperto a fine agosto 1989, le frontiere a quei tedeschi dell’allora DDR che venivano a trascorrere le vacanze al lago Balaton, il “mare” dell’Ungheria, e alla fine di settembre furono più di 30.000 a scappare verso l’Ovest.
Quella stagione chiamata “Autunno delle Nazioni” registrò un’ondata rivoluzionaria in diversi Paesi del Patto di Varsavia. Nel giro di pochi mesi il regime comunista fu ribaltato. Una targa che si trova a Praga in modo sintetico, ma storico, riferisce la durata del percorso della caduta: Polonia 10 anni; Ungheria 10 mesi; DDR (Germania est) 10 settimane; Cecoslovacchia 10 giorni e, aggiunta dopo, la Romania, 10 ore, l’unico Paese del blocco orientale che rovesciò il regime in modo violento. La novena di Natale 1989 resta indimenticabile. 
Il pastore riformato László Tőkés venne arrestato da parte della Securitate, la polizia segreta, per le sue omelie contro il regime. Fu quello l’inizio della rivolta conclusasi con un sommario e plateale processo a Ceaușescu e alla moglie. Tutto il mondo, polarizzato come da un campionato di calcio, ne ha potuto seguire le raccapriccianti immagini.
Il 3 dicembre 1989 a Malta, un summit delle due superpotenze mondiali, USA e URSS, segnò la fine della guerra fredda.
E oggi? Una scena parlerebbe da sola e potrebbe essere una risposta ad ogni violazione della dignità umana: era il 17 di novembre 1989. A Praga, una manifestazione pacifica di giovani venne repressa violentemente mentre loro continuarono a offrire fiori e… superiorità. 
Ora nella capitale boema quella strada che ha visto “risplendere” l’eroismo è segnata da un’infinità di lumini accesi spontaneamente e silenziosamente dai cittadini.

sabato 16 novembre 2019

La noia... assenza del nuovo

La noia è l’assenza del nuovo. Non intendo «nuovo» in opposizione a «vecchio» ma a «sempre uguale». Qualcosa è nuova non quando è «la più recente», ma quando è «inesauribile». Il modello «più recente» di un oggetto mi illude, ma è già vecchio quando lo compro e comincio a usarlo, mentre «nuovo» è ciò che si rinnova di continuo grazie a una interna energia vitale, come gli anelli di un albero che si formano, di anno in anno, attorno al suo centro. «Non nuovo» è tutto ciò che non può dare più nulla: è esaurito, a prescindere dall’età. Una sonata di Beethoven, un quadro di Van Gogh, un canto di Dante, il volto della persona amata, sono sempre nuovi perché danno qualcosa di più ad ogni incontro, non si esauriscono come un «tormentone» che dura una stagione. Gli autori del nuovo non sono semplici «innovatori», ma coloro che hanno costruito, per tutti, un pozzo a cui attingere dalla vita vera.
                                 Alessandro D’Avenia

venerdì 15 novembre 2019

Lavorare insieme...


Mettersi insieme è un inizio, 
rimanere insieme è un progresso, 
lavorare insieme è un successo.

Henry Ford (1863-1947), imprenditore statunitense.

giovedì 14 novembre 2019

Per accendere un fuoco


Ci vogliono due pietre focaie per accendere un fuoco.
Louisa May Alcott (1832-1888), scrittrice statunitense.

martedì 12 novembre 2019

Il giardiniere...


Il giardiniere è la più bella rosa del suo giardino.
Jean Genet (1910-1986), scrittore e drammaturgo francese.

lunedì 11 novembre 2019

domenica 10 novembre 2019

La rosa è senza perché





La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce,
non bada a se stessa, non chiede se la si vede.

Angelus Silesius

sabato 9 novembre 2019

venerdì 8 novembre 2019

Quando riceviamo...





Poiché è donandosi, che si riceve; 
è dimenticando se stessi, che ci si ritrova

San Francesco d’Assisi

giovedì 7 novembre 2019

Tu ci rendi soli





La solitudine, mio Dio, non consiste nel fatto che siamo soli, ma che tu sei presente. 
Infatti di fronte a te tutto muore o si trasforma in te.  

Madeleine Delbrêl  (1904-1964), mistica francese 

mercoledì 6 novembre 2019

Infatti si muore...

Infatti si muore. Siamo suoi figli e si muore: e questo non è giusto. Che l’Amore sia sconfitta e il potere viceversa, non è giusto. Ha degli obblighi il Signore. Ecco, gli ultimi tempi sono quelli in cui Dio si sdebita, Dio è finalmente se stesso. Perché finché c’è la morte. Egli non è se stesso; finché ciò che vale è distrutto, Dio è in debito con noi. Ci sono in noi grida innocenti, vorrei dire persino bestemmie innocenti, che esprimono la protesta della creatura che, amando le cose buone, non tollera che siano distrutte, visto che c’è un Padre che è nei cieli e conta i capelli del nostro capo. L’incontro finale è anche il momento in cui Dio rende ragione di Sé a noi: sennò, non è vero che si chiama Amore. La parola Amore sarebbe una maschera della sua tirannide. Ma quando asciugherà le lacrime dai nostri occhi, Egli ci renderà conto di ciò che non abbiamo capito e delle ingiustizie che abbiamo subìto.

Ernesto Balducci (1922-1992), presbitero e scrittore italiano

martedì 5 novembre 2019

lunedì 4 novembre 2019

Riparo o prigione?





La vita fa presto a riformare dei vincoli che prendono il posto di quelli da cui ci si sente liberati: qualunque cosa si faccia e ovunque si vada, dei muri ci si levano intorno creati da noi, dapprima riparo e subito prigione.

Marguerite Yourcenar 

domenica 3 novembre 2019

Il gioco dell'apparire


Tutte quelle persone avevano i volti incorniciati dal senso della loro importanza. Giocavano al gioco dell’apparire e dell’ostentare e del sopraffare con la massima serietà. Chissà in quale momento della loro vita si erano dimenticati dei loro giochi di bambini.

Fabrizio Caramagna
Foto da internet

sabato 2 novembre 2019

La morte non è l'ultima verità

La morte non è l’ultima verità.
Ci appare nera come ci appare blu il cielo,
ma non annerisce la vita più di quanto
l’azzurro celeste sporchi le ali dell’uccello.
Oggi alla fine del giorno
il tramonto posò le sue perle
sui fini e neri capelli della sera
ed io le ho nascoste
come una collana senza filo
dentro il cuore.
Una mente tutta logica è come un coltello tutto lama. Fa sanguinare la mano che lo usa.

Rabindranath Tagore

venerdì 1 novembre 2019

Parola di Vita - Novembre 2019

“Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto” (Rom 12,15). 

Dopo aver illustrato ai cristiani di Roma i grandi doni che Dio ha fatto all’umanità in Gesù e con il dono dello Spirito, l’apostolo Paolo indica come rispondere alla grazia ricevuta, soprattutto nelle relazioni tra loro e con tutti. 
Paolo invita a passare dall’amore verso quelli che condividono la stessa fede a quello evangelico, verso tutti gli esseri umani, poiché per i credenti l’amore non ha confini, né può essere limitato ad alcuni. 
Un particolare interessante: troviamo al primo posto la condivisione della gioia con i fratelli. Infatti, secondo il grande padre della Chiesa Giovanni Crisostomo, l’invidia rende molto più difficile condividere la gioia degli altri che non le loro pene. 
Vivere così potrebbe sembrare una montagna troppo impervia da scalare, una vetta impossibile da raggiungere. Eppure, questo diventa possibile perché i credenti sono sostenuti dall’amore di Cristo, dal quale nulla e nessuna creatura potrà mai separarli (cf. Rom 8,35). 
“Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto”. 
Commentando questa frase di Paolo, Chiara Lubich ha scritto: «Per amare cristianamente occorre "farsi uno" con ogni fratello [...]: entrare il più profondamente possibile nell'animo dell'altro; capire veramente i suoi problemi, le sue esigenze; condividere le sue sofferenze, le sue gioie; chinarsi sul fratello; farsi in certo modo lui, farsi l'altro. Questo è il cristianesimo, Gesù si è fatto uomo, si è fatto noi per far noi Dio; in tale maniera il prossimo si sente compreso, sollevato»[i] . 
È l’invito a mettersi “nella pelle dell’altro”, come espressione concreta di una carità vera. Forse l’amore di una madre è il miglior esempio per illustrare questa Parola messa in pratica: la madre sa condividere la gioia con il figlio che gioisce e il pianto con quello che soffre, senza giudizi e pregiudizi. 
“Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto”. 
Per vivere l’amore in questa dimensione, senza chiudersi nelle proprie preoccupazioni, nei propri interessi, nel proprio mondo, c’è un segreto: rafforzare l’unione con Dio, il rapporto con Colui che è la fonte stessa dell’Amore. Si dice infatti che la chioma di un albero corrisponda spesso al diametro delle sue radici. Così succederà anche a noi: se faremo crescere in profondità, giorno per giorno, il nostro rapporto con Dio, crescerà in noi anche il desiderio di condividere la gioia e portare i pesi di quanti ci stanno accanto; il nostro cuore si aprirà e diventerà sempre più capace di contenere quanto il fratello che ci sta vicino vive nel momento presente. A sua volta, l’amore al fratello ci farà entrare ancor di più nell’intimità con Dio. 
Vivendo così vedremo un cambiamento negli ambienti dove siamo, iniziando dalle relazioni nelle nostre famiglie, scuole, posti di lavori, comunità, e sperimenteremo con gratitudine che l’amore sincero e gratuito, presto o tardi, ritorna e diventa reciproco. 
È l’esperienza forte di due famiglie: una cristiana ed una musulmana, che hanno condiviso difficoltà e momenti di speranza. Quando Ben si ammala gravemente, Tatiana e Paolo sono in ospedale con sua moglie Basma e i due figli, fino alla fine. Anche se nel dolore per la perdita del marito, Basma è con i suoi amici cristiani a pregare per un’altra persona gravemente ammalata, con il suo tappeto rivolto verso la Mecca. Basma confida: «La gioia più grande è sentirsi parte di un solo corpo in cui ognuno ha a cuore il bene dell’altro». 

Letizia Magri 

[i] C. Lubich, L’amore reciproco: nucleo fondamentale della spiritualità dell'unità, convegno degli ortodossi, Castel Gandolfo, 30 marzo 1989, p. 4.