Ringrazio
quanti mi hanno scritto in seguito a “Che fortuna sapere che sono amato!” e riporto,
con il suo permesso, parte dell’e-mail di Rosaria, una grande
sostenitrice palermitana.
Dio
resta nel suo trono lontano?
…anche
oggi apro il tuo blog e la solita sferzata "alla Tanino" arriva subito in faccia,
violenta nella sua semplicità, ma carica di significato....
Però
il guaio è che io vedo ancora Dio lontano e sempre seduto in trono... anche se
so che guarda proprio me ed è me che aspetta…
Rosaria
Grazie,
Rosaria!
Convivi
con una malattia che come uno scalpello sta sbozzando un capolavoro. Ma è
l’artista a sapere l’opera che sta compiendo e a godere dei tratti che già ne anticipano
la compiutezza. Quello
che scrivi dimostra il tuo crudele privilegio di essere
nelle mani di un Altro che ti ha depauperata di ogni tuo progetto per dartene
altri da portare a termine. Per questo ti ringrazio e so di non essere solo.
foto mie, Santuario Madonna delle lacrime, Siracusa
Riflettendo sul mercante che vende tutto perché intravede l’affare della sua vita, ho ripensato al momento in cui per me si è presentata la perla della mia esistenza: non era una ragazza, non era un posto di lavoro… era un essere misterioso e vicino.
Qualcuno mi aveva chiesto: “Lo sai che Dio ti ama?”.
Dio mi ama? Fino a quel momento lo avevo immaginato lontano, seduto pensoso su un trono, che si sarebbe accorto di me soltanto se avessi fatto qualcosa di eroico. Che mi amasse prima che io avessi fatto qualcosa, mi sconvolgeva.
Di colpo mi trovai ricco e non dovevo far nulla, soltanto credere e accogliere l’amore di Dio in tutti momenti della mia vita. Ciò mi ha reso capace di stabilire rapporti più liberi, finire le azioni con entusiasmo, accettare gli incidenti di percorso. Scomparvero di colpo i modelli su cui far combaciare la mia vita, il tempo divenne amico, ogni persona che incontravo era occasione di provare come anche il mio cuore fosse capace di un amore non interessato. La sorgente della felicità si trovava in me, non c’era più da cercare sorgenti di gioia. In pratica la vita di tutti i giorni divenne la mia religione. Per questa perla valeva vendere tutto il resto.
"Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra" (Mt 13, 45-46)
Degli amici slovacchi mi avevano chiesto di andarli a prendere all’aeroporto di Vienna, non lontano da Bratislava. L’affollata sala di attesa è colorata da tanti palloncini a forma di cuore con scritto in inglese “Bentornato a casa!”. Anche i fiorai li vendono. E vedo che a comprarli non sono soltanto i bambini. Li comprano le ragazze, le nonne, i papà. Anche una suora ne ha uno.
Quei palloncini rendono festosa la sala anonima, appesantita da un brusio ininterrotto.
Un signore guarda le porte degli arrivi con due barboncini sotto le due braccia, sembra suggerisca loro come comportarsi. Arriva la donna attesa, il suo primo bacio è per i cagnolini, poi saluta velocemente l’uomo, mentre tira il suo valigione.
Un’anziana signora che si appoggia a un bastone rifiuta sprezzante l’offerta che le fa una ragazza di sorreggersi alla transenna.
Un signore ossuto e abbronzato, in maglietta e pantaloni neri, si fa spazio per vedere meglio l’ondata di viaggiatori e si mette alla mia destra. Mi sembra di riconoscere in lui un famoso discesista italiano. Senza riflettere gli chiedo se è il personaggio che penso.
Risponde in slovacco che non mi capisce - avevo parlato italiano - e quando, in slovacco, gli rifaccio la domanda risponde che non ha viaggiato molto. Vedo che gli mancano molti denti e, mentre si copre la bocca con la mano, scorgo che la nicotina ha abbondantemente imbrunito l’indice e il medio. Sta aspettando la figlia e la sua famigliola che vive a Londra. È contento di chiacchierare ma siamo con gli occhi alle due uscite.
Vediamo una coppia di focomelici e lui con la testa fa cenni di compassione mentre li segue con gli occhi. Poi, senza attendere risposte: “Perché la malasorte? Dicono che è stata una medicina. Chi ripara i danni? Quanta gente meriterebbe la forca!”.
Da vicino i suoi capelli evidenziano una tintura recente.
Un ragazzone, dietro un carrello carico di valigie, intravista l’amica che lo attende, grida di gioia. Si abbracciano felici.
“L’amore, l’amore. Se durasse…! È una trappola”.
Mi chiede da dove vengo, perché la pronuncia del mio slovacco lo incuriosisce. Basta che dico Italia e lui comincia a parlare di calcio e calciatori. Quando gli comunico che sono nato in Sicilia, mi chiede se sono mafioso. Ridiamo insieme. Ho modo così di vedere due occhi arrossati ma belli, sfavillanti come quelli di un bambino. Mi dice che è rom e che si chiama Ivan. I suoi occhi si oscurano quando dice che la gente non parla facilmente con gli zigani, sottolineando il disprezzo che mettono quando dicono “zingari”, sinonimo di gente di malaffare. Abbassando la voce mi dice che gli slovacchi, se potessero, li farebbero fuori. Un pregiudizio è indistruttibile.
Resto in silenzio, addolorato come lui, e mi viene in mente una frase di Einstein: "È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”.
Ivan, afferrandomi un braccio, mi bisbiglia all’orecchio: “Noi siamo uniti, produciamo bambini come i conigli e le cose si mettono sempre più a nostro favore. Ridaremo a questi smidollati la saggezza del cuore!”.
Gli chiedo se nella famiglia che attende ci sono bambini. Mi dice che ce n’è una di sette anni. In fretta vado a comprare un palloncino. Lui ne è felice. Mi stringe ripetutamente la mano.
Guarda il palloncino che tiene tra le sue mani, prova se può sfuggirgli, guarda me, si gira verso le uscite, sorride da solo. I suoi occhi dicono molto. Finalmente arriva la famigliola. Corre da loro felice. Lo vedo parlare mentre indica me.
Una bellissima bambina mi viene a ringraziare e da lontano, con un elegante inchino, mi ringraziano la madre e il padre. Li saluto mentre “il discesista” continua a gesticolare, a sorridermi con la bocca sdentata. Quel sorriso mi rimane addosso come un profumo prezioso e mi accorgo di colpo che la sala degli arrivi non è un luogo estraneo.
Un palloncino tenuto da un bambino mi copre la vista. Leggo: “Bentornato a casa!”.
Viaggio a Firenze per andare a trovare Silvia, un’amica molto malata. Credevo di andare per donare qualcosa, ma quello che ho ricevuto è di un valore inestimabile.
Silvia mi dice: «La malattia mi ha aperto gli occhi. Non è che avessi una vita sbagliata, eppure solo ora mi sembra di vedere chiaramente. È la storia del mercante che trovata la perla, vende tutto quello che ha per comprarla. Se potessi vivere, vivrei in modo del tutto diverso. I gioielli di mia madre, le case comprate con sacrifici sono dei beni perché ti danno una sicurezza economica anche per i figli… ma la malattia ha azzerato tutto, ha tolto il valore ai beni e mi ha mostrato il bene che è la persona. Vedo con altri occhi non solo mio marito, i figli, ma ogni altra persona, chiunque sia. L’ospedale può sembrare un luogo di maledizione, invece è un’inattesa, necessaria “lezione di vita”. La gente qui non vale per il vestito, per la macchina, per il nome che porta. Siamo messi tutti nella condizione di mettere in moto una parte di noi che spesso è atrofizzata: la capacità di amare. E qui si vede che basta un sorriso, un’attenzione, basta veramente poco. Sento che questo amore vince la morte. La perla preziosa è l’amore».
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"Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra" (Mt 13, 45-46)
Torno in treno da Budapest a Bratislava, nello scompartimento una coppia sta litigando. Non posso non sentire quello che dicono. La moglie accusa il marito di evadere dalla famiglia, lui accusa la moglie di essere troppo chiusa tra le pareti domestiche. Ho dell’acqua e gliene offro.
Lei rifiuta subito, lui invece accetta con gioia. Mentre prende il bicchiere di plastica che tremola assieme al treno, mi chiede scusa se mi hanno disturbato con la loro animata discussione.
Mi permetto di dire loro che una famiglia così ha tutte le condizioni della felicità e, parlando parlando, quando mi chiedono come vivo io le situazioni della vita, dico loro che mi aiuta l’idea di essere un funambolo sognatore, un equilibrista che avanza su una corda ben tesa. Se penso a tutte le volte che non mi è andata bene, se faccio paragoni, rallento il mio passo e rischio di cadere. Se comincio a pensare alla vincita, al successo accelero il passo e perdo l’equilibrio. La mia stabilità è tutta nel passo che sto facendo in quel momento e non devo distrarmi con paragoni e sogni.
Il marito, Imre, diventa serio. Ma anche lei, Kati, cade nel silenzio.
Poi Imre dice: “Forse il mio errore è quello di forzare continuamente mia moglie a fare passi più grandi delle sue possibilità”. Lei interviene dopo un po’: “Ho cominciato a temere che a Imre non stesse a cuore la famiglia, e la difendo come se fosse un mio possesso. Stiamo correndo un bel rischio!”.
Imre e Kati si guardano. Si vede quanto si amino. Mi mostrano le foto dei bambini. Due splendidi ragazzini e una bambina, l’ultima arrivata, una copia del padre.
Kati tira fuori dalla borsa dei dolci fatti in casa e, mentre me li offre, dice a voce bassa: “Siamo dei funamboli. Non possiamo permetterci nessuna distrazione. Non per noi ma per quanti sono legati a noi”.
Quando il treno arriva a Bratislava, scendono anche loro, vanno a trovare dei parenti. Li indirizzo sul bus da prendere, regalo i biglietti.
Passo dopo passo vado verso la fermata del mio bus ed ho la sensazione di camminare sicuro sulla corda tesa della vita.
Alessandro mi scrive augurandomi di non perdere mai il sorriso. Mi sono chiesto perché mi ha fatto questo augurio e prima di darmi una risposta ho pensato che forse era meglio chiedere a lui cosa volesse dire.
E mi ha risposto così.
“Una delle cose di cui abbiamo bisogno è che l’altro sia nella gioia. Forse perché incosciamente sappiamo quanto bisogno abbiamo degli altri. In te ho visto sempre un sorriso che comunica gioia di vivere.
Stamattina quando sono andato al lavoro, una collega mi ha fatto notare che ero serio e mi ha chiesto se mi fosse successo qualcosa. Ero soltanto in pensiero per gli esami che mia figlia deve sostenere all’università e l’avevo vista uscire agitata. Ma quell’osservazione mi fece ricordare che gli altri hanno bisogno della mia felicità.
Mi è sembrato strano, ma dopo un po’ non ci ho più pensato. Apro il pc per cominciare il mio lavoro e mi arriva un PowerPoint con delle immagini straordinarie di fiori e volti di bambini. Mi colpisce una frase scritta sotto una diapositiva:
“Non sorridiamo perchè qualcosa di buono è successo ma qualcosa di buono succederà perchè sorridiamo”.
L’avevo sentita questa frase, credo che sia un proverbio giapponese, ma leggerla in quel momento, con quello stato d’animo, mi ha dato una grande carica a mettere tutte le mie forze perché succeda soltanto il bene.
Io non so come funzionano queste coincidenze, tu ne parli sempre nei tuoi racconti, mi sembra di intuire che il sorriso è segno di equilibrio raggiunto. È forse il sigillo, il segno del compimento della vita. Mia madre, sul letto di morte, sembrava mi sorridesse. Sarà così?
Ti rinnovo l’augurio con più forza ancora”.
E questo augurio di Alessandro lo passo a voi “incoraggiatori” di questo blog.
Grazie perché hai scritto e grazie a quanti hanno preso a cuore la tua vicenda.
Ho aspettato a risponderti per lasciare spazio ad altri di dirti qualcosa.
E sono arrivate delle risposte sia nel blog che via e-mail.
Quelli che hanno scritto direttamente a me manifestano la difficoltà di perdonare. Qualcuno addirittura afferma che fare del male a chi fa il male è giusto, visto che spesso nessuna istituzione interviene.
Non vorrei aggiungere altro se non una piccola considerazione: il perdono è un’azione che non sappiamo compiere da soli. Abbiamo bisogno di un’altra libertà, una forza che superi la nostra idea di giustizia. Ci vuole un “Amore più grande” che sa comporre in noi una giustizia che oltrepassa paure, interessi e leggi. Sveglia in te l’Amore più grande e "lasciati spingere dal suo vento", come mi augura una lettrice del blog che mi ha mandato la barchetta della foto. Ciao!
ti scrivo perché ho letto il tuo racconto “Una finestra per rivedere le stelle”(1) che mi ha fatto riflettere. Il tuo racconto è solare, direi che il dramma sfocia in una soluzione non scontata. Eppure mi ha lasciato l’amarezza di non capire se questa è vera giustizia o rassegnazione impotente. I cristiani parlano di perdono. È difficile perdonare e non so se è giusto. Non ti scrivo per avere risposte ma soltanto per parlare con te. Sono disorientato e spaventato. Mia madre, molto anziana, è stata derubata da due “non italiani” che l’hanno ferita e lasciata a terra traumatizzata. Poteva succedere il peggio se i vicini non avessero sentito gridare. La polizia è arrivata presto. Come cancellare ora la paura, il senso di vivere in un mondo cattivo?
I preti predicano accoglienza e amore verso tutti, i politici, secondo la possibilità dei consensi, sbandierano soluzioni mentre sbirciano il depliant di un’isola-paradiso dove meritano di riposare per la fatica di servire il popolo.
La droga, la prostituzione, le rapine che ci porta “il fratello” che accogliamo è colpa nostra? Non abbiamo dato immediatamente case, lavoro e assicurazione? Magari togliendolo ad altri?
Sì, lo so anche noi italiani siamo stati emigranti… Non ci vedo chiaro.
Se un giorno potessi incontrarti, vorrei guardarti negli occhi e provare la tua resistenza ai miei dubbi. Sei convinto che la vita sia così semplice? Sei certo che il perdono sia possibile? Gli uomini sono tutti “fratelli”?
Sono stato educato in una famiglia cristiana. Mi sono allontanato da un certo giro di pensieri perché qualcosa non mi quadrava. Oggi più che mai sto bene lontano da ogni mistificazione della vita e da ogni manipolazione.
Mi sono inoltrato nel tuo blog dietro segnalazione di un’amica che segue quello che scrivi. Affascina la tua vita e come risolvi le cose. Io raccoglierei i fatti che racconti e li farei discutere nelle scuole, tra i giovani. I grandi non pensano. Io sono un “grande” ma vorrei piangere.
Scusa lo sfogo, mi ha fatto bene parlarti. Auguri!
Sono con degli amici in una pizzeria di Bratislava. Da un tavolo di fronte a me, un anziano mi fa un sorriso, si alza con un po’ di fatica e viene deciso verso di me. Mi saluta calorosamente, mi abbraccia chiamandomi Vlado, diminutivo di Vladimir.
Gli dico non sono Vlado, che mi sta scambiando per un altro.
Ma lui: “Non scherzare, sono Michal, non ti ricordi? Eravamo militari insieme a Brno”. Gli dico che è impossibile, che sono italiano, che a Brno ci sono andato soltanto come turista. Anche come età qualche differenza c’è.
Lui diventa triste. Poi, incoraggiato da un mio sorriso, riprende il filo dei ricordi. “Ti cerco da tanto tempo. Mi hanno detto dove abiti e tutte le volte che con il treno passo davanti a casa tua, vedo con gioia il giardino, gli animali. Cos’hai fatto in tutto questo tempo?”.
I miei amici sono attenti ad ascoltare cosa sto per raccontare. Siccome la pizza non è ancora pronta, propongo a Michal di fare due passi in terrazza per parlare. Stavolta oltre agli amici anche l’uomo al tavolo di Michal, probabilmente il figlio perché gli somiglia, ci guarda curioso.
Michal mi racconta tanti fatti ed io li vivo con lui. Quanti camerati che ora sono già morti, ed io mi addoloro con lui. Quando mi parla della sua famiglia, dei figli, dei nipoti la sua gioia e la mia si confondono. Michal ride fino alle lacrime ricordando qualche commilitone ed io mi diverto con lui anche se non so di chi stia parlando. Nel suo volto la serenità lo ringiovanisce. A un certo punto ci raggiunge l’uomo che Michal mi presenta come il terzo figlio. Lui ascolta per un po’ e quando il padre gli dice quanti momenti abbiamo vissuto insieme, mi guarda preoccupato.
Mi avvertono che la pizza è in tavola e Michal, rattristato, mi chiede quando possiamo incontrarci. Gli prometto che andrò a trovarlo a casa.
Con gli amici scoppia una vivace discussione. Perché hai imbrogliato quell’uomo? Lo hai illuso. Un altro risponde al mio posto che se per Michal credere di aver ritrovato un amico è una gioia, perché negargliela? Mentre li vedo accalorarsi sul perché e per come, divento estraneo alla discussione e ne approfitto per uscire in terrazza, nel silenzio. Da lì vedo arrivare in macchina il figlio dell’amico “ritrovato”.
Mi raggiunge per dirmi: “Erano anni che non vedevo mio padre così felice. L’ho accompagnato a casa dove c’è una persona che lo assiste, ma praticamente non parla con nessuno. Mio padre è gravemente malato. Per lui sapere che ha ritrovato un amico è meglio di una medicina. In macchina continuava a dire che quando si è alla fine si ha bisogno di avere vicini gli amici!”.
Quando il giorno dopo Michal mi telefona, gli chiedo particolari dei nostri compagni d’armi. E lui continua a chiedersi: “Perché non ti ho ritrovato prima?”.