Beatitudine è:
sapersi mistero del Mistero,
silenzio del Silenzio.
foto mia
lunedì 11 aprile 2011
giovedì 7 aprile 2011
Grazie, Monica!
Monica ha lasciato questo commento:
Solo oggi leggo le ultime pagine del blog.
E grazie per questa profonda condivisione. Sono riuscita oggi a verbalizzare ciò che una settimana fa è successo fra me e mio marito: ho lasciato che il perdono fosse Suo [opera di Dio] e non mio.
Ho fatto ESPERIENZA del Suo AMORE attraverso quel perdono... e una persona nuova vedo ogni giorno avanti a me.
E lo sono anche io.
GRAZIE DI CUORE perchè la vostra vicinanza è stata preziosa, pur senza saperlo.
GRAZIE. Monica MD
Grazie a te, Monica: ci dai una grande lezione!
Tanino e lettori
Foto mia
domenica 3 aprile 2011
CHE COSA IMPORTA? TUTTO E' GRAZIA
Il vangelo, cioè Gesù, sempre accompagna il mio cammino con parole azzeccate che danno senso al mio stesso andare, mi illuminano, mi aiutano se mi trovo a esitare, mi danno un segnale, danno contenuto alla gioia.
Stavolta "Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu" (Mc 14,36) è la frase che mi aiuta a chiudere un capitolo della mia vita e aprirne un altro. L’annuncio di un trasferimento dalla Slovacchia, dove vivo da più di otto anni, in Italia, mi è arrivato qualche settimana fa trovandomi nella più grande felicità perché è un’intima conferma del mio dialogo con Dio.
La proposta che mi è stata fatta ha mostrato anche il grado di libertà raggiunta ed ho visto, con gioiosa sorpresa, che tutto quello che mi accade, se pur mosso da questa o quella persona, è per me un dono.
Salutando le persone con le quali ho fatto un tratto di strada più o meno lungo, ripeto la frase di Gesù “Non ciò che io voglio…”, e mi accorgo che la partenza non è più soltanto un fatto mio, ma un sì comunitario a un gioco di squadra.
Ogni stagione che si chiude è sempre un profetico segno della fine del tempo e, per questo, è grazia.
Il Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos si chiude con una frase di Teresa di Lisieux, in bocca al protagonista-narratore: "Che cosa importa? Tutto è grazia". L’autore del romanzo ha espresso la scoperta che molti fanno alla fine della vita. Tutto è grazia!
Foto mia
sabato 26 marzo 2011
DALLA FEDE ALL'ESPERIENZA DI DIO
Io, pur avendo una grande fede, sono nelle tenebre per un perdono che non riesco ancora ad accordare a mio marito. Una ferita tanto grande che dopo questi anni di matrimonio, è dolorosa e non mi dà pace. Tanto da pensare alla separazione. Poi guardo me allo specchio, i miei 3 figli ancora piccoli. E aspetto. Grazie per la sensibilità delle tue parole che animano il blog.
MD
MD
Cara MD,
pubblico il commento che hai lasciato in precedenza, perché tu non ti senta sola.
pubblico il commento che hai lasciato in precedenza, perché tu non ti senta sola.
Il perdono è opera di Dio.
Quello che ti auguro è che tu riesca a perdonare e passare dalla fede in Dio all’esperienza di Dio.
Perdona e vedrai rinascere tuo marito. Il perdono ti darà una nuova libertà e un amore nuovo.
So che tanti lettori sono d’accordo con me e ti sono vicini come lo sono io.
Una schiera di persone tifa per te.
Ciao,
Tanino
Foto mia
sabato 19 marzo 2011
LA GIUSTIZIA DI DIO
Avevo scritto a qualcuno una frase che la stessa persona poi mi ha consigliato di mettere nel blog:
Soltanto il tuo perdono può consumare la tenebra, dentro e fuori di te.
Foto mia
martedì 15 marzo 2011
Il fiore più bello
-->
L’unica ricchezza di due genitori poveri era il figlioletto Riro e pregavano Dio che lo proteggesse e gli desse saggezza e felicità. Un giorno Lucia, una signora ricca, vedendo il bambino chiese alla madre se poteva portarlo qualche giorno con lei, nella sua grande casa, per fargli vedere tutte quelle cose che il bambino non aveva mai visto. La madre e il padre acconsentirono e il bambino seguì la signora.
Foto mia
Lucia cominciò a mostrare a Riro i fiori con le loro caratteristiche e quale malattia ogni fiore poteva curare. Alla fine gli disse:
- Esiste un fiore che soltanto nel buio si apre.
Il bambino cercava di fissare bene nella sua memoria tutto quello che vedeva per poterlo poi raccontare ai genitori.
La sera Riro decise di andare nel giardino in cerca del fiore raro. Il buio era fitto e il giardino era grande. Scomparvero anche le luci della casa.
Riro si trovò solo.
Ebbe una tale paura che dimenticò presto tutto quello che aveva visto. Perfino i fiori più belli avevano perso la loro bellezza. Tutto era diventato uguale e buio.
- Nulla resiste al buio. Che bellezza è se il buio se la mangia?
Si sedette ai piedi di un grande albero. All’improvviso vide luccicare qualcosa. Erano delle lucciole che gli chiesero:
- Perché piangi?
- Sono venuto per vedere la bellezza e i colori dei fiori. Tutto è scomparso.
Le lucciole dissero:
- Noi non conosciamo i colori di cui parli. Viviamo al buio e per sprizzare la luce dobbiamo chiudere gli occhi.
- Allora non conoscete la gioia dei colori? Chiese il bambino.
- No, ma sappiamo che la nostra luce può aiutare gli altri a vedere e questo ci dà gioia.
La notte cominciò a spandere i suoi profumi.
Le lucciole lentamente accesero un fiore meraviglioso. Riro si stupì di tanta bellezza e maestosità.
In quel momento Riro sentì i passi di qualcuno. Era Lucia che si piegò verso di lui e gli chiese:
- Sei felice?
- Ho visto un fiore magnifico, un fiore che vince il buio e comunica felicità.
Intanto con l’arrivo dell’alba le lucciole, stanche e felici, ad una ad una si spensero e volarono via.
Riro ringraziò Lucia e corse verso casa.
Mentre papà e mamma lo abbracciavano felici, Riro continuava a ripetere.
- Se io sono luce, l’altro può vedere.
Foto mia
venerdì 11 marzo 2011
Il primo incontro con Chiara Lubich
In occasione del terzo anniversario della morte di Chiara Lubich, dietro richiesta di qualcuno dei lettori, racconto come è stato il mio primo incontro con lei. Era l’Epifania del 1967.
Nella hall dell’attuale centro del Movimento dei Focolari c’ero anch’io stipato tra molti che attendevano rumorosi e sorridenti. Improvvisamente il brusio diventa grido di gioia. Un corridoio si apre. Passa Chiara.
Vedo per la prima volta una donna amabile. Il suo sorriso vorrebbe raggiungere tutti. I suoi occhi sono pieni di luce. Cammina senza fretta con un passo posato ed elegante. “Ciao, popi! Ciao!” Dolcissimo appellativo trentino di una madre per i suoi figlioletti.
Quel sorriso, ma soprattutto lo sguardo, provocò in me una specie di timore, come quando da bambino mi ero trovato improvvisamente, inspiegabilmente solo. Dire sguardo è parola imprecisa. È come se lei guardandomi mi facesse capire che ci conoscevamo da sempre. Come se mi riconoscesse, come se mi avesse atteso. La limpidezza di quegli occhi mi rispecchiava. Non avevo nei ricordi nessun paragone per dire se quel fatto avveniva nel tempo, perché il tempo non ci fu. Quando si apre una finestra in una camera buia vedi ciò che prima non avresti potuto immaginare. Le cose tastate al buio ora hanno un volto, un colore, una funzione.
Quel momento fu un evento compiuto e chiuso. Eccomi già oltre un momento atteso senza saperlo. Quegli occhi avevano tracciato in me l’unico sentiero della mia vita, lo stesso sentiero che avevo percorso per arrivare fino a quel punto. Inizio e fine che mirabilmente, inspiegabilmente si fondevano.
Chiara era già andata avanti. Seguii i capelli d’argento che si confondevano con la folla facendo capire che stava salutando l’uno o l’altro. Quell’armonia appena intravista mi sembrò di colpo lontanissima e inspiegabilmente vicina. Il corridoio si era già chiuso dietro di lei e, spinto dalla folla, arrivo fino alla scala che portava nel suo appartemento al piano superiore. Dietro la porta, che si chiuse delicatamente, il canto non si fermò, ripetè più volte il ritornello: "Chi ringraziarti mamma potrà?, chi ringraziarti Chiara potrà?"
Cominciai a cantare anch’io.
Cominciai a cantare anch’io.
Luce t’investe
ora so la bellezza
e scorgo la via
per raggiungerla
Foto mia
giovedì 10 marzo 2011
Grazie a te!
Il mio amico Francesco scrive:
È l'8 marzo: Festa della donna.
Mi avvio verso il centro di Bellinzona per prendere dei fiori per mia moglie.
Mentre mi avvicino alla Coop vedo una giovane donna con in braccio un bambino piccolo.
Mi si avvicina ed implorando mi chiede dei soldi per il suo bambino.
Frugo in fretta nella tasca della giacca e tiro fuori alcune monete.
Lei ringrazia e, guardandomi negli occhi, mi dice: Grazie, grazie. Io povera. Io ungherese. Dare soldi per bambino.
La guardo e fissandola negli occhi tiro fuori un bilgietto da 20 Frs e glielo do.
Intanto l'orologio, impietoso, mi indica che sto perdendo il bus e la donna mi chiede: Ma io voglio tornare in Ungheria.
In tutta coscienza sento che non posso fare/dare di più.
Le dico: Mi scusi, ma devo proprio andare.
Ma una cosa la posso fare ancora: l'affido a Te perché pensi Tu a farle incontrare un'altra persona che possa aiuarla.
Mentre mi dirigo verso il bus, che sta arrivando, penso: Addio fiori, addio mimose.
Arrivato a casa squilla il telefono.
È Anna nostra figlia che tra le altre cose mi chiede: Hai preso le mimose per la mamma?
Ed io le racconto l'accaduto.
Nel frattempo arriva mia moglie, che deve aver sentito tutto, si avvicina e, dandomi un bacio, mi sussurra: Grazie di 'queste' mimose.
mercoledì 9 marzo 2011
Il tesoro vicino
Martin Buber racconta:
Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l'ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin li dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: "E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch'io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l'altra metà Jekel!". E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata "Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel". "Ricordati bene di questa storia - aggiungeva allora Rabbi Bunam - e cogli il messaggio che ti rivolge: c'è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare".
da:
Martin Buber, IL CAMMINO DELL'UOMO, Edizioni Qiqajon
foto mia
sabato 5 marzo 2011
Juraj, il muratore
Viene da un piccolo villaggio slovacco e cerca lavoro dove può, fuori dal suo Paese. Oggi è qui per dirmi che va in Germania.
Una persona così onesta meriterebbe di più, ma Juraj è abituato al sacrificio. Il padre alcolizzato da sempre, la madre ha sopportato miseria e botte facendo in modo che i figli ne risentissero il meno possibile. Ora lui lavora per sostenere due fratelli più piccoli, la madre, il padre e la nonna. E guadagna bene perché conosce il mestiere.
Mi chiedo e gli chiedo da dove prende questa forza, come mai non ha cominciato a bere anche lui.
Juraj mi dice che un giorno aveva chiesto alla madre perché non pensava al divorzio. La madre gli aveva risposto: “Figlio mio, se tu sei al mondo è perché c’è stato tanto amore con tuo padre. Poi le amicizie sbagliate, la mancanza di lavoro… tuo padre è buono. Non guardarlo per quello che appare. Mettiti davanti a lui senza attendere che sia quello che tu vorresti”. A quelle parole Juraj cambiò atteggiamento verso il padre e aiutò i fratelli a fare lo stesso. L’atmosfera in casa divenne più serena. Diminuirono le liti.
Juraj mi mostra un santino che la madre gli ha messo nella tasca della giacca a vento. È l’Annunciazione e sotto c’è scritto: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto (Lc 1,38). Figlio mio, vai non a costruire case ma la pace. Sono orgogliosa di te! Tua madre”.
Foto di Rolland Kishonti
Iscriviti a:
Post (Atom)