giovedì 24 dicembre 2009

Il paradosso del Natale

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Nel primo pomeriggio esco per una passeggiata. La neve è sempre una piacevole novità e il bosco mi sembra ancor più incantato. Seguo il sentiero tracciato dalle orme di qualcuno e mi stupisce lo splendore del bianco tagliato con forza dalle trame minacciose degli alberi, artigli ossuti aggrappati ad un cielo senza qualità. Mi sento stanco, schiacciato da situazioni che assommate ad altre hanno creato una coperta spessa che mi impedisce di capire il senso di ciò che mi sta accadendo. Parlo tra me e me. Interrogo la voce che dentro sempre mi ha accompagnato. Sembra sepolta, cancellata. Cerco, con presuntuosa compiacenza, qualche soluzione immediata, qualche preciso sentiero di uscita. Silenzio. Tutto è ovattato, senza voce. Poi la neve, nella sua innocenza, mi distrae. Da bambino, in Sicilia, non sapevo cosa fosse la neve e quando mio padre preparava il presepe, la pastorale, sulle casette fatte da cartoncino spalmato di colla di farina e coperto da sughero grattato, mettevamo grossi fiocchi di cotone, sparsi qua e là. Ora di neve ne godo tanta e non vedo gli aspetti disagevoli che comporta. Sono nel cuore del bosco e mi accorgo che sto parlando a voce alta. Mi soffoca il ricordo delle cose fatte male, l’evidenza dei miei difetti, gli errori ricorrenti, i vuoti mai riempiti. Questa insopportabile imperfezione denuncia la mia friabilità. E la voce che mi consolava ora è annegata nel silenzio che stagna dentro di me. La neve scricchiola sotto i miei passi. Una volta ho letto che dal rumore della neve si può capire quanti gradi sotto zero siamo. Mi fermo per guardare in alto fin dove si protendono gli artigli degli alberi. Anch’io sto implorando. Il mio dolore riuscirà a sorpassare quei rami? La mia preghiera si svincolerà dallo spessore vischioso del silenzio? Nessuna risposta. Girando lo sguardo attorno, resto attonito per la suggestiva scena che mi abbraccia. Come mai non ho notato questo scenario? Non vedo più tronchi neri ma volumi che appena emergono dal bianco. Da questo lato gli alberi non sono più neri, sono stati assaliti dalla neve. La neve sui rami appesantiti ha creato un ricamo che scende fino a me. Passo sotto, quasi a piegarmi fino a terra, sotto un arco di trionfo intarsiato da un artista senza pari. Mi vengo a trovare al posto dove la superba altezza degli alberi mi dà sempre l’idea di un tempio costruito dai ciclopi. Il candore ha messo guanti gentili anche ai loro rudi e severi capitelli. Quante sfide, quanti venti, quante bufere, quante arsure! Ma ora è festa. Mi torna in mente una frase di Benedetto XVI ad una Messa di Natale: “È il Creatore dell’universo ridotto all’impotenza di un neonato. Accettare questo paradosso, il paradosso del Natale è scoprire la verità che rende liberi, l’Amore che trasforma l’esistenza. Nella notte di Betlemme, il Redentore si fa uno di noi, per esserci compagno sulle strade insidiose della storia”. Il paradosso del Natale! Il Creatore ridotto all’impotenza. Al silenzio. Devo attendere che cresca perché mi dia le risposte di cui ho urgenza? O sono io che devo raggiungerlo nella sua piccolezza, nella sua debolezza? La scena che mi accompagna ai due lati è decisamente solenne, festosa; navate di una cattedrale innalzata per me. Il silenzio mi permette di udire una melodia antica: è il coro che accompagna sempre i paradossi dell’Amore ed ha bisogno di molto silenzio. Di ascolto. L’effimero e provvisorio sentiero segnato dai miei passi mi sta conducendo verso Natale.

Arcabas: Natale


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